Notifiche arrivate, ne manca solo una

A M. e F. sono arrivate le notifiche della sentenza qualche giorno fa.
A T. risultano in consegna ma non ancora ritirate.

Non capisco perché perdere altro tempo: è stata notificato l’inizio del procedimento, per la possibile costituzione in opposizione delle parti interessate – moglie e figli – già dalla prima udienza. Sono risultate contumaci, evidentemente non interessate all’opposizione.

La sentenza infine è arrivata. Le parti non avevano da ridire prima, dovrebbero averne ora? Ma come spesso mi ricorda M. è inutile farsi domande sulla logica e sui percorsi della burocrazia.

Però già hanno impiegato un mese a depositare la sentenza, poi si sono dimenticati di comunicare il deposito al mio avvocato… ’nzomma, potrebbero anche accorciare i tempi successivi.

Ma come ho già detto più volte: la vita è la mia, mica la loro!

Spero solo che T. riesca a ritirare la notifica presto: il mio orologio biologico ticchetta sempre più velocemente.

Signora, veramente!

È successo. Prima o poi doveva succedere.

Lo so, non dovevo. Ma dopo l’udienza – se così possiamo chiamarla – non sopporto più che venga messa in dubbio la mia identità di genere: IO SONO UNA DONNA! Punto, esclamativo!

Ho appena compiuto due anni di lavoro, ieri. Lavoro nel pubblico, in appalto, con un’utenza piuttosto vasta e, lavorando in località turistica, anche molto internazionale. La maggior parte dell’utenza, forse solo escludendo chi mi ha conosciuta all’inizio di questo mio lavoro, ormai si rivolge a me al femminile, nonostante la divisa.

Verso la fine del turno sto iniziando un processo sanzionatorio. Mentre procedo arriva l’utente e mi fermo: il suo arrivo, di fatto interrompe il mio procedimento, non posso proseguire.

La signora, con figlia, è molto gentile, si scusa e dichiara di essersi resa conto del fatto vedendomi.
Mi chiede se può pagare subito.
La rassicuro: “guardi, ho già annullato tutto!”.
“Ah, quindi mi arriva a casa?”.
“No, no, non arriva niente. Ho annullato la procedura”.
“Oh, ma è davvero gentilissimo!”.
E qui mi è scappato: “Veramente: gentilissima!”.
“Ah, mi scusi, davvero gentilissima!!!” con un largo sorriso.

Ora non crediate che basti un sorriso o un po’ di gentilezza e un sorriso per intenerirmi e farmi su. Ma vi ricordo che sono nata sotto il segno del leone e, per quanto io creda poco negli oroscopi, ci vuole poco a farmi estrarre gli artigli se mi fate arrabbiare.

Nel titolo ho usato “signora” che è un termine che non mi piace, perché le signore sono quelle che non devono lavorare per vivere – citando un film di cui non mi ricordo mai il titolo, forse declinato al maschile – ma non avrebbe fatto lo stesso effetto di “Gentilissima, veramente”.

Ma davvero posso non citare Loredana Bertè, a questo punto?

Nuova udienza ancora in collegamento remoto!

Squilla il telefono: è l’avvocato, penso vorrà aggiornarmi sulla prossima udienza.

Invece mi chiama per dirmi che ha ricevuto il provvedimento della giudice: anche questa udienza sarà in remoto.

Innanzitutto sono delusa perché non vedevo l’ora di incontrarlo dal vivo e ci tenevo ad abbracciarlo, una volta usciti dal tribunale, e finito il rapporto avvocato-cliente, visto che è anche un noto attivista a cui sono molto affezionata.

Poi già alla prima udienza avevo avuto brutte sensazioni: se la giudice non vuole vedermi dal vivo quale può essere il significato?

E infatti aveva già deciso di richiedere una nuova perizia psichiatrica, prima ancora di incontrarmi, vedermi dal vivo, valutarmi, ascoltarmi.

Lo sapete, sono pessimista: per come è andata la prima… avrà già deciso anche questa volta? Promossa o bocciata?

Andrò a bere tutto!

In genere, nonostante il pessimismo cronico, non sono ansiosa ma ora l’ansia cresce! Dài, manca poco. Positiva, devi essere positiva. Andrà tutto bene!
O andrò a bere tutto?!

CPS: La relazione è pronta!

Suona il telefono. Riconosco il numero. Mi brillano gli occhi!
— Chiara?
— Sì, buongiorno.
— Chiamo dal CPS di Laveno, la sua relazione è pronta.
— Grazie!!!

Come mi aveva promesso la dottoressa, giusto un mese dopo la visita, la relazione psichiatrica richiesta dal tribunale è pronta. Perfettamente nei tempi per il deposito, con giusto anticipo rispetto alla prossima udienza.

Non vedo l’ora di leggerla, e voi?!

Ora devo solo pagare il super-ticket da 50,00 €, perché la prestazione è considerata extra-LEA, e andare a ritirare il papiro.

Se non fossi sola, quella bottiglia di prosecco che tengo in fresco per il ritorno di M. dalle vacanze avrebbe vita breve! 😇

Tirando le fila

Da vicino nessunə è normale
Franco Basaglia
Caetano Veloso*

Venerdì scorso, l’11, iniziato da poco il turno di lavoro, mi richiama il CPS di Laveno. La visita psichiatrica è fissata per il 20 luglio.
Quello che ne seguirà non lo so, non me lo dicono, l’infermiera parla solo di visita. Il tono di voce non mi infonde molte speranze, ma il mio telefono è vecchio, fa caldo, sono sotto al sole. Chi mi chiama ha, probabilmente, anche più diritto di me di essere stanca.

Ieri, martedì 15, mi richiama, come promesso, il CPS di Azzate. Sentito lo psichiatra, mi confermano che per competenza “territoriale” devo forzatamente rivolgermi al cps di Laveno, che ha dichiarato di non avere “competenza” per fornire la documentazione richiesta dal Tribunale. Ma che, nel frattempo, mi ha comunque fissato una visita-colloquio psichiatrico.
L’infermiera di Azzate mi dà il nome del Primario di Psichiatria, da contattare in caso Laveno non riesca a risolvere la richiesta del Tribunale. Però non mi sa dare contatti né sa dirmi in quale struttura svolga la funzione di primario.

Oggi ricevo una risposta dal servizio psicologico del Centro di Niguarda. Mi fanno notare, come più volte ho evidenziato, sin dalla prima telefonata, che il tribunale richiede documentazione psichiatrica. Mi invitano quindi a rivolgermi allo psichiatra del centro. Eh, già: come ho fatto a non pensarci? Rimedierò domani!

Ma ringrazio, davvero: non sono sarcastica! Ho bisogno di tutto l’aiuto che volete o potete darmi.

Vi confesso però che sono vicina alla disperazione. Vicina a credere di essere matta. Davvero. State iniziando a convincermi di essere un caso psichiatrico!

Perché, se quando sono così vicina a sentirmi, finalmente, me stessa, riconosciuta non solo da parenti, amiche, amici, colleghə, lo Stato decide che qualcunə debba nuovamente strizzarmi il cervello per descrivere quello che pensa di me, allora, forse, sono davvero matta!

Ma attenzione: non è che poi, se io sono matta e mi avete creduta, lo siete un po’ anche voi che mi avete accettata, accolta, amata per quel che sono?
Chiedo per un’amica! 🤭

***

Riflettendo: è una formalità, o una questione di qualità?
E io sto bene? Io sto male?

Importa?

 


* “Da vicino nessuno è normale”, in portoghese “De perto, ninguem é normal”, deriva da un verso di Vaca profana, di Caetano Veloso. Cfr. http://www.news-forumsalutementale.it/cosa-non-ha-detto-franco-basaglia/

Qualcosa si muove

Basta piangere. È ora di agire. E di risolvere.

Appena sveglia cerco i contatti e provo a chiamare i CPS di Azzate – su consiglio di un un caro amico a cui hanno rilasciato certificazione che, nel suo caso, è stata accettata dal Tribunale – e di Varese – se Laveno non ha competenze, anche perché sotto-organico, essendo capoluogo ha più probabilità di potermi aiutare.

Come mi aspettavo i telefoni squillano a lungo, a vuoto od occupato.
Nel frattempo ne approfitto per scrivere direttamente al dr. Bini, come mi ha suggerito ieri la segreteria del centro di Niguarda.

Il responsabile del servizio per l’adeguamento delle identità di genere – nonché del Centro per la Fertilità e Sterilità – mi risponde poco dopo, informandomi di aver inoltrato la richiesta a chi di dovere. Non so a chi ma vedrò come procede, quando mi ricontatteranno.

Poco dopo finalmente si libera la linea di Azzate e riesco a parlare con un’infermiera. Le spiego la mia situazione e il mio problema. So che i CPS sono suddivisi per competenza territoriale ma non potendo essere aiutata da Laveno – cui dovrei far capo, per residenza – né, dal punto di vista psichiatrico, da Niguarda – accettano di considerare la mia richiesta e mi danno le informazioni per accedere al centro, con un triage infermieristico prima di prendere appuntamento.

In pomeriggio mi richiamano: si sono giustamente consultate con Laveno che, saputo che Niguarda non mi può aiutare, pare siano ora più disponibili a provare ad aiutarmi.

In ogni caso martedì si consulteranno con lo psichiatra del centro per capire come aiutarmi. Rimangono comunque disponibili nel caso Laveno non possa aiutarmi.

Richiamo quindi Laveno e parlo con l’infermiera con cui mi sono sempre trovata in empatia. È lei che ha parlato con Azzate. Le rispiego le mie necessità, le carte – del tribunale e dell’avvocato – le ha già in mano. Domani parlerà con la dottoressa per capire se posso avere un incontro con lei e cosa possono fare con me.

La informo che avrò una risposta da Azzate per martedì e rimaniamo d’accordo di aggiornarci la prossima settimana.

Non c’è ancora una soluzione ma almeno non è più tutto nero.

Sono stanca. Sono sempre molto stanca, ultimamente. Ma almeno non piango. Non oggi.

Niguarda, mi potete aiutare?

Oggi doppio turno. Ma oggi è anche il giorno in cui so che da Niguarda potrebbero rispondere al telefono.

Per regolamento mi sarebbe vietato fare e ricevere telefonate, durante il servizio. Spero, se mi leggono, che capiscano perché non potevo fare altrimenti: sono disperata!

Dopo vari tentativi a vuoto – non lo fanno apposta, non sono indolenti: dovreste vedere quante persone cerca di soddisfare l’unico centro lombardo dedicato all’adeguamento dell’identità di genere. E vengono anche da tutto il nord-Italia – finalmente rispondono. Nonostante la lunghezza e – mi rendo conto – la confusione della mia richiesta, l’infermiera è gentilissima. Purtroppo non sa come aiutarmi: ora a Niguarda non hanno più un servizio psichiatrico ma solo è attiva solo la consulenza psicologica.

Mi consiglia di scrivere al dr. Bini. Lo farò domattina, sperando che abbia il tempo di leggermi e rispondermi, perché anche lui è oberato di richieste. Lo so.

La visita di controllo è fra circa un mese. Spero di risolvere prima ma rimane la mia carta di riserva.

Non ditemi che non ci sto provando!

CPS: respinta al mittente!

Ieri pomeriggio, verso sera, ho smesso finalmente di piangere, dopo tre giorni e, soprattutto, due notti.

Mi sono ripresa.
Mi “ero” ripresa.

Stamattina sono andata al CPS per portare il verbale dell’udienza e lettera dell’avocato per chiarire, come richiesto da loro, cosa mi serve da loro, con la speranza di poter abbreviare i tempi.

In pomeriggio mi chiamano… WOW, di già!? Non ci posso credere!!!

Eh, infatti, no, chiamano solo per dirmi che “non hanno le competenze per stilare la relazione richiesta dal Tribunale”.

A niente valgono proteste, richieste di spiegazione, suggerimenti…
“È solo una valutazione psichiatrica!”.
“No serve una specializzazione che non abbiamo”.
“Chiedono solo di valutare se sono sana di mente e se sono disforica per il genere – questo l’avete già certificato! –, se sono matura, determinata e se la mia decisione può essere valutata come irreversibile”.
“Non abbiamo le competenze per farlo”.

Mi consigliano di contattare il servizio di Niguarda, dove ho già iniziato un percorso e dove, secondo loro – come effettivamente appare su infotrans.it –, i tempi di attesa sono solo di quaranta giorni. Se non fossi preoccupata, triste e arrabbiata, scoppierei a ridere! Cerco anche di spiegare che i tempi medi di primo accesso a Niguarda sono di circa sei mesi, ma ovviamente la mia voce cade nel vuoto.

Mi dicono anche che potrei potrei provare a rivolgermi ad altri CPS del territorio, come si fa per qualunque visita… Obietto che, sul sito dell’ASST Sette Laghi, è chiaramente indicato che l’accesso ai CPS è legato al distretto relativo al Comune di residenza. Ribadiscono che non è così: proverò!

Poco dopo richiamo, sono ancora infuriata ma cerco (almeno spero) di essere gentile. Chiedo se almeno mi possono fare uno scritto per giustificare perché non possono rilasciare la relazione relazione richiesta.

Mi rispondono che “non funziona così”, che loro rispondono al Tribunale solo quando è il tribunale a chiedere consulenza.

Ah, quindi le “COMPETENZE” le hanno, per il Tribunale, ma non per me?
Ma se è così che funziona “il sistema”, perché la giudice onera me della prova, invece di chiederla direttamente alla struttura?

Avevo il terrore di finire sotto CTU ma, forse, poteva essere più semplice?

Eh, evidentemente con me la sfiga prende proprio la mira.

Fino all’altro giorno giorno ho sempre parlato con un’infermiera molto gentile ed empatica. Oggi con altre due infermiere. Mi domando solo: la non competenza specifica l’ha decisa la dottoressa o lo staff infermieristico che fa da filtro?
Chiedo per un’amica! 🤭