Sgamata?

Lavoro in appalto presso un ente ma, per quanto non colleghi, è inevitabile salutarsi, parlarsi, come tali, con i dipendenti diretti.

Lavoro per quell’ente indossando la maschera da uomo e per indossarla mi sono anche dovuta tagliare i capelli.

Quando sono fuori dal lavoro però mi libero della maschera e rientro nei miei panni, nelle mie scarpe.

Solo che stasera, facendo la spesa in un vicino supermercato con moglie e figlio, ho incrociato una non-collega. Che mi ha riconosciuta, sorriso e salutata. E io altrettanto.

Però avevo, anche se cappotto e borsa sono sempre gli stessi, indossato orecchini evidenti, un filo di trucco e – invece delle scarpe da lavoro – mocassini e calze velate.

Il suo sorriso era vero: credo sia una persona molto positiva. Il mio forse un po’ imbarazzato: le chiacchiere volano veloci in quegli ambienti, e il mio contratto scade tra un mese.

Prima o poi doveva succedere.
Prima o poi avrei dovuto dirlo.
Confido ancora nell’altro lavoro.

Ma, se mi conoscete, sapete quanto mi sia preoccupata.
Odio nascondermi!!!
Odio mentire.

Burocrazia

Oggi dovrei riposare. Invece no!

Non è per il riposo, in sé, né per quella lunga attesa e altrettanto lunga discussione con l’addetto allo sportello.

Dopo trent’anni scopro che un’utenza di dove abitavo ancora è ancora intestata a me. Lo scopro grazie a una diffida a saldare una bolletta non pagata ricevuta via PEC, e scopro che l’attuale intestataria ha firmato, più volte, vocalmente, contratti a mio nome, nel così detto “mercato libero” (libero di fare queste cose?), senza chiedere uno straccio di documento e senza neanche verificare la residenza.

Non è il tempo, non è il riposo, ché anche l’altro ieri sera ho buttato via un’altra ora per iniziare a capire cosa succedeva a uno sportello periferico che mi ha spiegato la situazione ma non poteva agire, per non parlare dello stress di tutta la scorsa giornata – quella già più pesante nella settimana lavorativa.

È che, anche nel giorno del mio riposo, mi sono dovuta proporre al maschile, perché ovviamente quel contatore di trenta anni fa non può essere intestato alla persona che sono e che, per la burocrazia, se va bene, sarò – anagraficamente – fra qualche anno.

Certo essere maschio-contro-maschio in alcune situazioni può essere un vantaggio, specie quando cercano di darti a bere che essendo il contatore intestato a me il contratto con un’altra società, nel mercato libero, è perfettamente valido, anche se firmato illegalmente e senza alcuna verifica documentale, da una donna che non ha nessun legame né legale né parenterale con me.

Ma sono stufa di (dovere) essere “maschio”, non ce la faccio. Forse non sono una femmina, in senso stretto, genetico, ma sono una donna. E voglio esserlo. Per tutto il mondo!

Svuotata

Oggi mi sono svegliata senza energie. Sarà che devo lavorare tutto il giorno, dalle 9.30 alle 18.30, con tre lunghe ore di pausa pranzo.

Non abbastanza per tornare a casa senza correre, troppe da far passare.
Senza energie fisiche e completamente svuotata anche emotivamente.

Triste, e non so perché. Sì un motivo c’è, forse anche più di uno, includendo qualche evento lavorativo, ma non può essere solo quello.

Disforia, beh… sì: si chiama disforia… ma fra poco (si fa per dire: 1 gennaio 2022!) il termine OMS sarà incongruenza… poi non sarò più disforica?

Sarà il vento di questi giorni? Io amo il vento: mi ricorda l’Irlanda.

Passo dopo passo – e sono tanti in sei ore di turno passate a camminare – mi sento vuota, completamente vuota.

Sole!

Sì, oggi forse il sole mi ha ricaricata come se avessi un grande pannello solare sul viso: l’ultima ora di pausa l’ho passata su una panchina in modalità girasole e mi sono lasciata ricaricare. Senza cappotto, solo il maglione, temperatura ideale con un po’ di brezza, residuo del vento mattutino che mi raffreddava gli impianti di tanto in tanto.

Sole, lago, montagne. Non sarà un bel lavoro ma lo faccio in un bel posto.

Colloquio di lavoro

Ho passato anni, troppi, senza lavoro, a inviare cv e rispondere a inserzioni – più di quattrocento all’anno, quelle catalogate – senza aver quasi mai avuto ricevuto risposte, salvo il primo e secondo colloquio che ho fatto per ottenere il mio lavoro attuale.

E… no, non era per la mia incongruenza di genere, nessuno o quasi lo sapeva. Ma quando la data di nascita rivela che hai più di cinquant’anni, non importa il tuo orientamento sessuale, e neanche il tuo genere, né l’identità di genere.
Importa che sei vecchiah! (O vecchioh!)

Ho avuto lo stesso problema a quarant’anni. Ma alla fine ce l’ho fatta a tornare a lavorare – in un modo o nell’altro – a cinquanta, ora cinquantacinque, è stata molto, molto più dura: decisamente troppo giovane per la pensione – “nell’altro” indica, fra l’altro, anche la mancanza di contributi – e decisamente troppo vecchia per lavorare.
Sembra una frigna? Be’ spero per voi che non dobbiate mai verificarlo!

Oggi ho fatto un colloquio di lavoro. Il precedente è stato confermato e da ottobre lavoro, almeno fino a marzo. Prima: il vuoto assoluto, a parte varie selezioni ex art. 16 in cui spesso sono finita come la prima esclusa, per graduatoria.

Oggi ho fatto un colloquio con una corporate europea, una multinazionale che nelle dichiarazioni mette la diversità fra i suoi punti di forza. A livello corporate, sulla carta, ma siamo in Italia e l’accettazione delle diversità, fra le persone, non sempre è la stessa delle corporate per cui lavorano.

Ho passato giorni a pensare se presentarmi come uomo anagrafico o come donna effettiva. Per tutta la mattina ho pensato se e quanto truccarmi – sapete che “quanto” è sempre e comunque “leggero” – e fino al parcheggio ho considerato come presentarmi, anche durante il colloquio ho avuto la tentazione di presentarmi come Chiara. Ma ha vinto il curriculum maschile.

Non so come andrà la selezione, sicuramente non sono l’unica candidata, molto probabilmente ci sono persone più qualificate di me per quel lavoro. Però ci conto. Ci spero, anche se “la speranza è una trappola!” (cit.).

Spero in un secondo colloquio, e credo in quell’occasione non riuscirò più a mentire e che cercherò di spiegare chi sono.

Voi cosa avreste fatto al primo colloquio? Vi sareste dichiarat*?
Cosa fareste al prossimo colloquio? Prima o poi salterà fuori, io amo essere sincera.

Ormai quasi tutte le mie amicizie e buona parte dei (pochi) parenti sanno della mia transizione. Solo al lavoro mi “vesto” da maschio – non intendo solo la divisa – e ci soffro.

Ho bisogno di lavorare per vivere, “prima la sopravvivenza” mi disse la psichiatra, ma per me vivere vuole anche dire “essere me stessa”.

Ha più senso rischiare di non ottenere un lavoro perché ti dichiari in anticipo o perderlo perché ti dichiari dopo?

Posso continuare a mantenere due vite dentro di me? Una lavorativa, una personale e affettiva?

Quanto potrei reggere?

Estasi e sofferenza

Dell’estasi me lo ricordo bene, molto bene. Uno dei rari ma, quando capitano, sempre speciali risvegli.

Mi ricordo anche della sofferenza fisica, dei dolori, forti.

Non mi ricordo della sofferenza morale – annunciata in un post su facebook ma sono in ritardo con gli aggiornamenti di questo blog – insieme a quella fisica: si vede che non era così grave… o che ho bevuto abbastanza (troppo, come al solito) da dimenticarmene.

Devo smettere di bere, almeno in vista degli ormoni. Provo con il mantra che mi ha insegnato Antonia Monopoli allo Sportello Trans di ALA: “fare la transizione vuol dire volersi bene”. Devo volermi bene! Non devo volermi bere!!!

Gruppo AMA, finalmente!

Dopo la pausa delle feste stagionali e l’appuntamento precedente in cui ero la sola amata, oltre al coordinatore, e in astinenza – ma neanche tanto – del supporto psicologico del CPS finalmente si è riunito il gruppo AMA di Varese, dove AMA sta per “Abbiamo Molte Anime” e/o “Auto Mutuo Aiuto”.

Ne avevo proprio bisogno per quanto di corsa, perché la domenica lavoro dal primo pomeriggio.

Oggi c’era un ospite, Diego, attivista che ha presentato un’associazione in via di formazione per il coinvolgimento e l’informazione delle strutture sanitarie pubbliche nel percorso di transizione.

Ha ascoltato e contribuito alle nostre storie con commenti e suggerimenti.
Ascoltando la mia ha trovato similitudini con una sua amica, Laura, anche lei sposata con figli prima della transizione, e mi ha suggerito di entrare in contatto con lei. L’ho fatto, ed effettivamente abbiamo tanto in comune, a partire dall’età. Ed è una persona molto accogliente, Grazie!

Unico neo è che alla fine, a parte Diego, siamo sempre gli stessi e pochi.

Ci aggiorniamo: novità ce ne sono sempre, ma le nostre storie, le esperienze le conosciamo già.

Dobbiamo crescere, allargare il gruppo, coinvolgere nuove persone. Come? L’interrogativo è rimasto nell’aria. Cercherò di dare ancora più visibilità all’evento. Ma non sono un’influencer e raggiungo un pubblico molto ristretto. Mi aiuterete per il prossimo evento?