AAA. Nuove amiche cercansi

L’aveva già accennato durante l’ultimo appuntamento e oggi il terapeuta l’ha ribadito, ovviamente in forma interrogativa: “Non crede che dovrebbe fare nuove amicizie, particolarmente femminili, non necessariamente per una relazione affettiva… Non le farebbe piacere?”.

Il “non necessariamente” è stranamente coinciso con un mio sguardo languido – almeno nel mio immaginario – mentre, ascoltandolo, pensavo a M.

Sì, certo che avrei bisogno di nuove amicizie, di coltivare meglio le poche che ho. E, sì, di amiche, decisamente più di amiche che di amici. E non per una questione di sesso ma solo per affinità e, in parte, necessità, per quanto banali e vane.

Ad esempio: non so truccarmi se non un po’ di mascara, messo alla meglio. Oppure qualcuna che mi rassicuri che il dolore al seno è normale, quando si sviluppano le ghiandole – questo poteva dirmelo anche l’endocrinologo, lo so, ma è un lui, e forse non lo sa.
Insomma sono una donna, ma mi manca la parte iniziale.

Il problema è che sono un’orsa, montanara, solitaria… e soprattutto imbranata e timida. Chi mi conosce sa bene che praticamente per tutte le mie relazioni sentimentali ho atteso di essere sedotta – tecnicamente “sedotto”, visto che indossavo i panni maschili, per quanto il ruolo preveda il contrario – salvo un paio di due di picche e con M., ma con lei l’attrazione reciproca era così forte ed evidente che non c’era alcuna necessita di parlare: semplicemente le nostre labbra si sono trovate incollate e BAM!

Non parlatemi di app e agenzie, per favore! La frequentazione di locali non è molto fattibile, sia per le economie che per tutela del mio fegato – mi conosco! – e, grazie agli antidolorifici, ho una mobilità serale e notturna praticamente nulla.

Ma lo psicologo ha ragione: ho bisogno di amicizie, di uscire, di svagarmi, di conoscere e forse, un giorno, di innamorarmi ancora. Un giorno lontano, se mai capiterà, ché ora il mio cuore è già impegnato.

Posso solo aggiungere che lo psicologo si è congratulato con me per come ho affrontato le mie recenti crisi di identità, comprendendo di essere stata uomo – per così tanto tempo! – e accettandolo come parte del mio passato e di conviverci: non posso né voglio negarlo.

Giornata al lago, in due pezzi, fra la gente

Per ora ancora niente ferie: il bonus vacanza è in tasca ma le mie ferie me le hanno bruciate tutte per covid, in attesa della CIGS/FIS, e comunque fino a fine mese non potrei, per servizio. M. è in ferie questo mese, io no, ma qualche giorno di relax ce lo concediamo nei miei giorni di riposo.

Dopo circa un anno siamo tornate al lido di Maccagno. Stamattina era ventoso e nuvoloso… pensate che abbia potuto resistere dal mostrare il mio costume nuovo – anche se solo per i pantaloncini, da donna finalmente, ché il top è ancora quello che M. mi prestò l’anno scorso – e rinfrescarmi le idee? Certo che no!

Nel pomeriggio, dopo un panino, preso al bar per far girare l’economia – e non doverci portare anche la sciscetta, che non avevamo voglia di preparare 😉 – e una passeggiata sul lungo lago inferiore, torna il sole, cala il vento e torniamo in spiaggia.

Al contrario del mattino, nel pomeriggio c’era molta gente ma non sono più una ragazzina timida: via la maglia, scambio reggiseno/costume e via! Subito in acqua e questa volta M. mi segue, anzi mi precede.

Non sono mancate le occhiate: qualcuna credo di semplice perplessità, dubbio; altre molto meno piacevoli; per altre persone mi sono sentita trasparente, come per un gruppo di teenager, ragazzi e ragazze, molto vicini a noi. Da nessuno ho sentito alcun commento. Tutto comunque scivola sulla pelle come l’acqua quando esco dal lago, in particolare le occhiatacce.

Devo ringraziare ancora una volta M. che mi sta vicina, mi sostiene, e di fatto mi aiuta molto nel presentarmi in questo mondo, accompagnandomi.

A questo giro – a differenza dell’anno scorso – non ho osato baciarla, accarezzarla, in pubblico. Né lei, evidentemente, ne ha sentito il bisogno. Ma un anno fa non c’era ancora stata una svolta nel suo modo di vedermi.

Abbiamo passato un bellissima giornata, fra spiaggia, acqua, lettura, passeggiata… e ci siamo pure concesse un ottimo spritz finale.

***

A proposito di letture, questo brano, da uno dei libri che stavo leggendo oggi, non posso non riportarlo qui:

«Io sono una di quelle che Dio ha marchiato sulla fronte. Come Caino, sono marchiata e impura. Se vieni a me, Mary, il mondo ti aborrirà, ti perseguiterà, ti chiamerà sporca. Il nostro amore potrà essere devoto fino alla morte e oltre, tuttavia il mondo lo chiamerà sporco. Potremmo non fare alcun male ad anima viva con il nostro amore; potremmo diventare più perfette nella comprensione e nella carità in grazia del nostro amore; ma tutto questo non ci salverà dal flagello di un mondo che distoglierà gli occhi dalle nostre più nobili azioni, per vedere solo corruzione e spregevolezza in te. Vedrai uomini e donne lordarsi a vicenda, scaricare il peso dei propri peccati sui loro figli. Vedrai l’infedeltà, la menzogna, l’inganno tra quelli che il mondo guarda con approvazione. Scoprirai che molti si saranno fatti duri di cuore, saranno diventati avidi, egoisti, crudeli e lussuriosi; e allora ti volgerai a me e dirai: “Tu e io siamo più degne di rispetto di questa gente. Perché il mondo perseguita noi?”. E io risponderò: “Perché in questo mondo c’è tolleranza soltanto verso i cosiddetti ‘normali’”. E quando verrai da me in cerca di protezione, dovrò dirti: “Non posso proteggerti, Mary, il mondo mi ha privata del mio diritto a proteggere; sono completamente impotente, posso solo amarti”.»
Radclyffe Hall, Il pozzo della solitudine, 1928

Non puoi tornare indietro!

Tornando dal mercato mi lamento per il dolore al seno: la ghiandola mammaria cresce, dura. Toccare il capezzolo, l’areola, o anche solo strisciare qualcosa sul seno, che sia una maglia o la cintura di sicurezza, mi fa saltare.

E sì che pensavo di avere una sopportazione del dolore piuttosto alta.
Dopo un sussurro di dolore, mi lascio scappare, portandomi la mano al seno: “che fatica essere donne!”

“Eh, no! – risponde secca M. – Non puoi tornare indietro!!!”.

Davvero?
Non posso?
Non voglio, certo. Ma: “Non posso!”?

È la seconda volta che me lo dice. La prima in seguito a una delle mie crisi di cui, ora, non mi ricordo i dettagli ma pensavo di rinunciare alla transizione per poter restare con lei.

Per quanto sia criticabile il protocollo ONIG, per i suoi lunghi tempi di valutazione, questi tempi sono previsti proprio per un’attenta valutazione del proprio essere, prima di arrivare a una scelta irreversibile.

Ma io non posso tornare indietro? Perché?

No, non ho avuto il coraggio di chiederglielo.

Il nostro rapporto è così forte e così traballante! La amo tanto e altrettanto mi sento così in colpa per quello che le ho fatto, scoprendomi per quello che sono.
Non è di me che si è innamorata, eppure mi ama ancora. Forse.

Eppure mi è stata complice, sodale, per così tanti anni.

Almeno finché anche lei ha visto la donna che sono. Per questo non posso tornare indietro?

Sogno o son desta? (Quinta seduta di psicoterapia)

Stamattina M. mi ha svegliata proprio mentre sognavo che ci abbracciavamo, le accarezzavo il seno, e limonavamo duro. Abbraccio sempre più intenso. Sensazioni forti, fortissime. Un crescendo che… non saprò mai come sarebbe andata a finire. – Sì, stesso sogno di pochi giorni fa, ma più, più, più!

Le ho subito detto che ha interrotto un sogno bellissimo, ma anche che lei è più bella dal vivo. Poco dopo ho aggiunto che era parte del sogno e ci stavamo facendo le coccole. Mi ha guardata ancora con quell’aria un po’ birichina, un po’ maliziosa, un po’ compassionevole. Senza parlare.

La stessa aria di ieri sera quando le ho detto che avevo una voglia incredibile di fare all’amore con lei. Sempre senza dire niente.
Di questo, del lavoro, e soprattutto della mia crisi d’identità ho parlato oggi con lo psicologo.

Crisi, sì, forte! Forse non sono stata così esplicita il 12 agosto: da quando ho rincominciato a lavorare il mio ruolo “maschile” mi confonde molto duramente.

Sono arrivata anche a sentire fastidio nell’essere appellata al femminile da M., cosa che finalmente da qualche tempo fa sempre, almeno elidendo il nome maschile per renderlo neutro, proprio come le avevo chiesto, se non riusciva – o se, in alcune situazioni non poteva – chiamarmi “Chiara”.

Non so cosa mi sia successo in quei giorni. Complice forse l’invecchiamento e il mancato festeggiamento tradizionale. La stanchezza del lavoro: giornata dura, lunga, ed è la seconda volta, nella mia vita, che lavoro il giorno del mio genetliaco.

Veramente non sapevo più chi e cosa fossi. Mi ha spaventata. Terribilmente!
Ma toccandomi: seno, gambe, cosce, sedere… ho capito che questo è il mio corpo, quasi, non ancora, ma in evoluzione. Che io sono una donna, ancora in trasformazione, ma una donna.

Non ho visto spaventarsi il mio psicoterapeuta mentre lo raccontavo. Ma effettivamente quello di non turbarsi forse è proprio il suo ruolo. Comunque mi ha rassicurata. E io sono già rientrata nei miei panni. Quelli di Chiara… almeno quando non lavoro, fin quando farò coming-out.

Ne ho tanto bisogno e altrettanta paura.
Ci sto lavorando, e lo psicologo mi aiuta.

Alla tua età non è troppo tardi?

Una carissima amica riesce finalmente a raggiungermi telefonicamente per farmi gli auguri di compleanno, rassicurandomi che non si è dimenticata di me.

Era una delle poche persone care della mia vita a cui ancora non l’ho detto, proprio perché volevo farlo esclusivamente di persona.

Accertato che, per varie situazioni lavorative e familiari, saremmo arrivate alle calende greche ho deciso di dirglielo per telefono.

Mai l’avrebbe sospettato. La nostra amicizia risale a tanto tempo fa e non ci vediamo molto spesso dal divorzio dalla mia prima moglie di cui lei è rimasta molto amica. Anche se era, in origine amica mia. Sgrunt! – Dài, scherzo!

Poi arriva la domanda, quella che prima o poi, forse, mi aspettavo, anche perché – non credete? – me la sono fatta anche io, anni fa?
“Ma, ormai, alla tua età?…” .
“Ecco, io, veramente…”.

Segue la tiritera di quanti anni abbia atteso, per essere sicura e non ferire i figli, che forse, col senno di poi, era meglio dirglielo subito…

Ma alla fine incasso un’altra piena accettazione del mio essere donna.

Sono sempre più contenta di come sia stata brava a scegliere le mie amicizie, tranne una, temo. Forse quella più importante di sempre.

Mulini di Piero

Mi sono svegliata mentre ero abbracciata a M. e ci accarezzavamo. Maledetta sveglia: era solo un sogno! Ma la sveglia era puntata per un buon motivo.

Mulini di PieroOggi gita ai Mulini di Piero. La Val Veddasca è uno dei posti che amo particolarmente, da sempre, come tutto il Luinese e la Valcuvia. Legami forti, di sangue, di affetto, radici.

C’è tutta la famiglia: ieri sera è arrivato anche T. per festeggiare il mio compleanno. Ci siamo stati tutti molte volte tutti insieme. La prima volta F. non aveva ancora un anno.

Mulini di PieroÈ un posto tranquillo, sereno, dove spesso si possono coccolare le capre, libere al pascolo, e con una bellissima pozza nel torrente Giona dove rinfrescarsi.

Condivide con noi il luogo, molto ampio e accogliente, oltre a qualche escursionista di passaggio, un’altra famiglia: padre, figlie piccoline e nonna. Al loro arrivo si scusano per la curiosità dei loro cani e scambiamo qualche parola.

Non sapevo come comportarmi, riguardo il costume da bagno, con i miei figli, con F. in particolare, e inizialmente ho tolto la maglietta rimanendo in reggiseno, uno semplice, in microfibra. Poi non ho resistito, la pozza gelida mi chiamava: sono fatta così, sapete, sono un’orsa, nordica, a certi richiami non resisto! Qualche dubbio, poi mi infilo il pezzo sopra del costume – lo stesso dell’anno scorso, prestato da M. – e mi puccio.

Nessuna reazione dai figli, che nel frattempo si erano persi fra bosco e torrente per costruire omini di pietra e altri giochi di “sopravvivenza”, ma ormai sono abituati a vedermi in reggiseno, in casa.

Dopo il bagno – molto rinfrescante! – mi infilo la maglietta, il tempo è nuvoloso, minaccia temporale. Mangiamo e passiamo al relax: lettura per noi vecchiette, avventura per i giovani.

Poco dopo arriva la “nonna” per chiedermi: “Signora, mi scusi, avete per caso coltello? Le bambine vorrebbero la frutta ma non abbiamo niente per tagliarla”. Può una montanara come me andare per boschi senza una buona lama? Glielo presto, raccomandandole attenzione per l’affilatura e per il blocco lama.

Quando torna per restituirlo, il sole era tornato a splendere e io ero di nuovo in due pezzi. Mi rende il coltello, ringraziandomi gentilmente e scusandosi di non essere riuscita a chiuderlo – gliel’avevo detto! –, senza alcun segno di imbarazzo per il mio décolleté. Forse mi faccio più paranoie del dovuto. E mi sento finalmente libera di vivere il mio corpo.

Anche se poi F., al rientro – un po’ affrettato, perché il temporale previsto alla fine è arrivato – è stato piuttosto burbero e chiuso per tutto il resto della giornata, oggi sono stata molto felice, per la gita, per il posto – magico: quelle zone mi “ricaricano” – e per l’essere riconosciuta come donna, anche senza mascherina.

***

Crolla tutto al supermercato, al banco fresco: “Cosa desidera signore?”, e avevo pure la mascherina. Perché “signore”? Perché oggi? Perché?!

Quaratasedici

Sono in terapia da due mesi e mezzo.

Direi che va tutto bene, a parte i soliti acciacchi.

Il seno è cresciuto un po’ per i primi tempi. Ora è stabile ma si sono allargati i capezzoli e sta crescendo la ghiandola mammaria. La sento dura e dolorosa appena a sfiorarla.

Un nuovo dolore, un dolore che non mi dà fastidio.

Mi dà più fastidio la confusione di ruolo a cui sono sottoposta dal rientro al lavoro e con parte del parentado.

Insomma sono una donna o c’è ancora una parte di uomo dentro di me?
O sono una miscela? Qualcos’altr*?

Io sento di essere una donna, lo sono, lo so. I dubbi li ho superati dopo anni e anni. Ma riesco ancora a entrare nei panni maschili, facilmente, forse troppo facilmente. Necessità, certo. Ma ne sono confusa. E invecchiare, oggi, non aiuta.

Però oltre e dopo il seno sono cresciute le natiche, posteriormente, e la parte alta delle cosce, lateralmente.

Questo mi conferma che gli ormoni stanno ancora facendo effetto. E mi piace, tanto. Tanto da rassicurarmi che è questo il corpo che voglio, il mio corpo: un corpo da donna! Tanto da cancellare i dubbi. Tanto da sperare che il seno possa tornare a crescere.

Ancora una taglia almeno: spero una coppa, o due, se posso osare. Non di più, non troppe.

Beh, oggi è il mio compleanno e le perseidi stanotte “cadranno” copiose illuminando il cielo: posso esprimere un desiderio, no?

Cosa ti regalo?

Tornava una rondine al tetto l’uccisero cadde tra spini
ella aveva nel becco un insetto la cena dei suoi rondinini.
(…)
Anche un uomo tornava al suo nido l’uccisero disse perdono
e restò negli aperti occhi un grido portava due bambole in dono.
Skiantos, X Agosto – La poesia triste di Giovanni P.

“Cosa vuoi per regalo? – mi domanda – pensavo di prenderti la macchina per cucire, ma devi sceglierla tu”.

“Cosa vuoi per regalo” è una domanda che odio, proprio non la sopporto.

Se mi conosci sai cosa possa desiderare, se vuoi farmi un regalo e non mi conosci, prima prova a conoscermi, ma se lo fai con il cuore anche un regalo “stonato” può essere gradito. Ma se mi conosci, puoi sbagliare?

Certo c’è un precedente, non da poco, per il mio cinquantesimo. Sarà mero simbolismo ma, insomma, cinquanta fanno cifra molto tonda.

Allora come allora eravamo in crisi con i soldi, tanto per cambiare.

Se ora una nuova macchina per cucire mi sembra troppo costosa – visto anche che ne ho ancora una da portare a riparare – allora la maxi-scatola Lego per costruire il mitico camper van Volkswagen mi era sembrata fuori budget e ancor più fuori luogo. Adoro quel furgone e tutto ciò che rappresenta. Ma in quel periodo chi si dilettava a costruire Lego erano M. e nostro figlio, che me lo stavano regalando. A me? Per i cinquant’anni?

Un mucchio di soldi buttati via, per farmi felice ne sarebbero bastati molti meno, bastava conoscermi. Quindici anni forse non erano abbastanza. Certo reagii male e me ne vergogno. Però mi è stato rinfacciato ripetutamente.

Io non le ho mai chiesto cosa desiderasse. Al massimo mi sono scusata per non poterle regalare niente di ché.

***

È dalla pre-adolescenza che mia madre smise di chiedermi cosa desiderassi come regalo. Forse c’entra il mio dodicesimo compleanno ma da allora la classica maglietta polo – con busta allegata – è sempre stata gradita: era il suo modo per dirmi che mi voleva bene.

Sono convinta che un regalo debba essere donato, non “comprato”, su ordinazione: più che accettabile per figlie e nipoti, certo, ma per persone che si conoscono intimamente non dovrebbe essere istintivo?

***

Lo so, non ha niente a che vedere con la transizione. Ma ci nutriamo anche di sentimenti, o no?

Altra visita, altro ospedale, ancora Estradiolo, ancora “scusi”…

Sarò ripetitiva ma anche oggi avevo una visita in ospedale.

Oggi ho parlato da subito al femminile. In genere cerco di parlare neutro. Oggi no: sono donna e parlo come tale, basta nascondermi!

La visita era per la terapia del dolore: ebbene sì, sono un po’ impasticcata e forse per questo non ci hanno fatto caso o semplicemente non l’hanno notato.

Ancora una volta, all’elenco dei farmaci, questa volta la dottoressa: “scusi, ma come mai Estradiolo?”.
“Sono in terapia per l’adeguamento dell’identità di genere”.
“Ah, scusi!”.
“Non si deve scusare, sono fatta così”.

La visita è proseguita normalmente anche se continuava a rivolgersi al maschile, nonostante continuassi a rispondere al femminile. Ma sono rimasta contenta della visita, un po’ meno della terapia, che speravo di cambiare per essere meno stordita, almeno non più di quello che sono di mio, e purtroppo diminuire i dosaggi è stato un doloroso fallimento.

Devo dire, però, che anche a Niguarda, nel reparto che mi segue, burocraticamente, per le cartelle, per i documenti, per le infermiere, sono un uomo. Solo durante le visite mediche sono “Chiara”. Di nome e, spero, di fatto. 😉

Divide et impera?

Trovo in una discussione su un gruppo facebook, dedicato alle persone trans*, questo messaggio:

«Ultimamente leggo vari post di persone (al massimo non binary o genderfluid e non intendo “al massimo” in modo dispregiativo, solo qualificativo) secondo cui esistono persone T che non provano disforia perché “esistono anche le persone T non med” e alcun* hanno SOLO incongruenza di genere, non provano disforia.
«Ecco, ogni volta che qualcuno scrive cose come questa io vorrei prendere un vaso di ortensie e spaccarmelo in testa FORTE e poi darmi fuoco.»

Possibile che ci si continui ad attaccare fra di noi? Rispondo così:

Siamo fatt* tutt* con lo stampino?
Credo e spero di no!

Il termine disforia di genere, per altro, prevede una condizione patologica (mentale) in DSM V, superando fortunatamente la definizione di “disturbo” del DSM IV (psichiatricamente più grave).

ICD-11 ha finalmente tolto la disforia di genere dalle malattie mentali riconfigurandola come “incongruenza” di genere. Vi ricordate il movimento STP?

Io non mi sono mai sentita “malata”. Le persone disforiche ufficialmente lo sono, finché non entrerà in vigore ICD-11, nel 2022.

A me non interessa la classifica di quanto sia trans rispetto a quanto soffro la disforia. A me non interessa proprio per niente avere la patente (o l’etichetta) di trans*. Io sono una donna. Punto. Anche se ancora non lo sono per l’anagrafe.

Ho impiegato anni per capirmi, senza soffrire. Sarà che oltre ad essere incongruente sono anche omosessuale? O forse sono solo strana.

Anni per decidermi, con una sofferenza leggera poi sempre più crescente. La decisione l’ho presa solo due anni fa, o poco più, e ora brucia ogni rinvio, ogni ritardo, ogni attesa, anche perché inizio a essere vecchietta.

A me essere trans* non interessa. Io so chi sono: una donna, lesbica. Con o senza disforia, checché ne dica l’anagrafe o chicchessia.