Relazione psicologica ✓

Lo psicologo che mi segue mi disse già dopo tre incontri che, volendo, era pronto a stilare una relazione.

Ho preferito continuare più a lungo, per quanto economicamente oneroso, e ne sono contenta perché mi è servito non tanto a capirmi quanto a rafforzarmi. Anche lui ne fu contento, e non perché, come sarebbe facile credere, avrebbe guadagnato di più.

Sono arrivata a otto sedute, se non sbaglio, e a questo anche lui punto la sua relazione non poteva che essere precisa.

Sì, qualche piccola correzione l’ho chiesta, concordata e ottenuta. Ma il racconto di me che ne è uscito è il mio. Mio, mio, mio. Con qualche sofferenza in alcuni passaggi e tanta, tanta commozione.
Esattamente come la mia vita.

Continuerò il percorso psicologico, come concordato con il dottore, almeno fino al completamento della transizione, riducendo però gli incontri a uno al mese, salvo emergenze: l’anima è in pace, ora ho bisogno di concentrarmi sull’aspetto, a partire dall’epilazione definitiva del viso… ma lo stipendio è quel che è.

Sperando che covid e CIGS non ci mettano gli zampini zamponi.

Che già, causa “coprifuoco” – termine tanto errato quanto sintetico – in Lombardia, è saltata una serata in programma con amici: servirebbe proprio un po’ di convivialità, sia a me che a M., ne avrei approfittato anche per festeggiare i miei traguardi e per rimediare qualche fotografia. Ma soprattutto ho bisogno di calore e umanità, che non sia quella quotidiana – e un po’ obbligata – del lavoro.

Ho bisogno di amici e amiche: lo dice anche lo psicologo! 😍

Carta d’identità

Fra i documenti richiesti dall’avvocato c’è la fotocopia della carta d’identità.
Non devo fare la copia, ce l’ho già, scansionata, sempre pronta all’uso. Ma non per questo uso. 😱

La stampo, la guardo, inorridisco. La foto ha sette anni. Sembra la segnaletica per un latitante mafioso, con tanto di barba mal fatta. E, soprattutto, non mi assomiglia per niente! E, no, non dipende da uno stuzzicadenti in bocca.

Oggi pomeriggio lavoro, ma sul nuovo documento voglio essere bella – si fa per dire – ma, soprattutto, voglio essere io, non un alieno. Trucco, parrucco, vestita al meglio – anche se fra poco mi dovrò cambiare e struccare – e corsa dal fotografo che – conoscendoli, lo davo per scontato – mi accoglie al femminile: la foto non può venire meglio, nonostante il soggetto. 😉

Altra corsa in Comune, da cui ottengo solo i certificati richiesti per il gratuito patrocinio. Per la CIECarta d’Identità Elettronica: ahimè, mi tocca cedere i dati biometrici! – l’appuntamento è fissato per martedì prossimo.*

Dopo circa una settimana potrò mostrarla senza dover faticare per dimostrare che sono veramente io. Anche se il nome sarà sbagliato ancora per un po’.

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* Sapendo che, in epoca covid, le prenotazioni dovrebbero essere necessarie e che per la CIE lo era già normalmente, ho cercato informazioni sul sito web dell’Unione di Comuni in cui vivo, però ho trovato solo informazioni sugli orari: nessuna indicazione sulle prenotazioni, tanto meno su come effettuarle. L’impiegata mi ha sgridata ma io avevo veramente provato a capire come fare: nell’era digitale, della telematica e del lavoro “smart”, non sarebbe meglio aggiornare le pagine web oltre ad attaccare un volantino fuori dalla porta di ingresso?

Fotografie

Chi mi conosce bene, o almeno da un po’, sa che odio essere fotografata. Da sempre, o quasi.

Non credo sia solo perché, per anni, sia stata sempre dall’altra parte dell’obiettivo, scattando spesso fotografie a raffica anche ai tempi delle pellicole – che poi stampavo in casa – pur di cogliere lo sguardo o l’attimo migliore.

Forse è un po’ come odio vedermi allo specchio – e per questo tengo le luci basse ed evito gli occhiali, al mattino e non solo – forse perché, forse inconsciamente, da sempre non mi piace vedere mie immagini che non corrispondono a ciò che sono. Fino alla prima adolescenza avevo forse più passing ma sono tempi ormai lontani.

Fatto sta che praticamente non ho praticamente fotografie che mi ritraggono.

Direi “fortunatamente” ma oggiil mio avvocato mi ha chiesto di allegare, ai vari documenti per il tribunale, delle mie fotografie, informali, con figura intera, ritratta insieme a famigliari e amici.

Panico! Anzi: PANICO!!!

Don’t panic and wear a towel!

La risposta è “42”. (Devo proprio esplicitare la citazione?)

Non servono quarantadue mie foto, vero?! 😱

Non ne potete più, lo so, ma ne ho fatto un altro…

Quando ho fatto coming out con l’ufficio dove lavoro un funzionario era in ferie.

L’ho incrociato ieri ma eravamo entrambi di corsa. L’altro collega mi aveva comunque offerto il suo aiuto per dirglielo.

Oggi invece ho avuto l’opportunità di parlagli con calma. Forse sono stata meno delicata o lui è più sensibile e si era preoccupato quando ho parlato di psichiatri e psicologi. Ma poi anche lui mi ha accolta. Completamente. Anche lui mi ha detto che l’importante è che io sia felice e che ho diritto di vivere per quello che mi sento di essere. Anche lui mi ha offerto sostegno e protezione in caso di problemi durante il servizio.

Non sarà il lavoro più bello del mondo ma lo faccio in un bel posto, con un ottimo collega e altrettanto ottimi non-colleghi.

Salute mentale

In occasione della giornata mondiale della salute mentale, che si celebra domani 10 ottobre, oggi ho chiesto allo psicologo la relazione che mi servirà per l’iter legale per la riassegnazione anagrafica e chirurgica e al mio dottore una prescrizione per visita psichiatrica per “valutazione in disforia di genere” da allegare.

Mi sembra un buon inizio per mantenere la mia salute mentale, celebrando la ricorrenza, anche se in realtà l’ho scoperta dopo.

Esistono le coincidenze?

Accolta!

Durante i miei coming out, in particolare in questi ultimi, mi sono quasi sempre sentita “accolta”, a volte proprio a braccia aperte.

Lo sottolineo perché faccio differenza fra “accolta” e “accettata” ed è stato argomento di discussione con altre persone, commentando recenti, tristi, fatti di cronaca.

Per me essere “accolta” vuol dire che vi piaccio così come sono, senza cambiare una virgola 😍… magari qualche punto-e-virgola; ok! 😉

“Accettata” sembra comunque positivo ma… – chi dice mah, cuor contento non ha! – ok, non sono perfetta, con tanta punteggiatura fuori posto, ma vado bene lo stesso, insomma: sarebbe meglio fossi diversa, ma tocca volermi bene lo stesso. Appunto: sembra positivo, ma… 🤔

Mi dà invece fastidio essere “tollerata”: si tollera un fastidio inevitabile, sopportabile, ma solo perché si deve. 😢

Scendendo nella scala delle sensazioni si arriva infine al baratro dell’“intolleranza”. Che però è un problema dell’intollerante, non mio: io ho diritto di esistere e non ho scelto di essere quella che sono. Mentre invece, patologie a parte, l’intolleranza è una scelta. 😞

Tutto ciò vale, ben prima che per me, su mille quotidiane situazioni umane.

Dopo uno sfogo così, serve della buona musica per sciogliere l’impasse e ormai avrete capito, accolto, accettato… o tollerate il mio amore per gli Skiantos.
[Skiantos, Ragazzə di strada, in Pesissimo]

Coming out, il giorno dopo

Ieri è andata benissimo. Ma oggi, nella realtà del lavoro?

Direi ancora meglio, a conferma di ieri.

Prima la Vice mi prende in disparte, mi dice: “tu sei Chiara, questo è il tuo nome, lo devi usare, io ti chiamerò così, lo devi pretendere”.

Poi mi porta al piano di sopra, dove ci sono gli spogliatoi.

“Non sopporto di cambiarmi davanti agli uomini, non devi farlo neanche tu!”.
Prendiamo il mio armadietto e lo spostiamo accanto alla sua zona spogliatoio, migliorando la parete paravento, creando così un vera zona spogliatoio femminile.

Poi, accompagnandomi ai bagni: “devi usare questo delle donne, non l’altro: questo è il tuo! Sei una donna, fatti rispettare come tale”.

Che dire? GRAZIE!!!

***

Prima della pausa pranzo viene da me anche l’impiegata. Si congratula ancora per la mia forza e ancora mi ringrazia per la condivisione. Poi mi svela che anche lei ha avuto un lungo periodo di forte sofferenza. Che comprende bene la mia situazione e ribadisce che è sempre disponibile per me, per qualsiasi cosa. Che lei c’è, per me, se e quando ne avessi bisogno.

Infine mi racconta che partecipa a un gruppo teatrale anche a scopo terapeutico, che doveva rappresentare la forza di una donna e che, dopo il mio racconto, le è venuta l’immagine di una donna che scocca una freccia.

Wow! Ora sono pure una musa.

Non sa ancora come chiamarmi ma questo verrà!

***

Prima di riprendere il lavoro riesco finalmente a vedere un’amica, che abita dove lavoro – dopo un anno – e con cui ci frequentavamo fino ai primi anni di vita dei figli, poi con le vicende della vita ci siamo perse di vista .

Visto che fa parte dell’Amministrazione che controlla l’ente per cui, indirettamente, lavoro, mi urgeva fare coming out anche con lei, prima che venisse a saperlo dalle voci che, in una piccola cittadina, corrono veloci.

Dopo circa mezz’ora di assolo mi rendo conto di non averle lasciato alcuno spazio per parlare di lei e della sua vita. Mi spiace e spero di poter recuperare presto. Con lei l’ansia era minima e dirglielo è stato quasi facile – non lo sarà mai “facile”, per il coinvolgimento emotivo – direi che anche in questo caso l’accoglienza è stata piena, come mi ascoltavo.

Anche un’altra coppia di amici, stesso paese e stessa frequentazione, manca sia a me che a M. Riusciremo a organizzare prossimamente? Anche a loro vorrei poterlo dire di persona.

Coming-out: dopo il collega, tutto l’Ufficio

Come forse sapete, lavoro per una società di servizi in appalto presso un ente pubblico.

Dopo il collega, mi sembra corretto – veramente sento che devo – dirlo anche alle persone con cui lavoro quotidianamente, anche se in realtà non c’è alcun rapporto formale, tanto meno gerarchico.

Più in là verrà l’azienda che mi paga lo stipendio ma con cui non ho ancora avuto rapporti personali diretti, salvo ovviamente il mio collega e – una volta – il capo-area che ha avvallato la mia assunzione. Tutto sommato sono tenuta a comunicarlo solo all’ufficio personale e solo quando cambierò i documenti. Spero di farlo prima, ma solo per il mio personale senso di correttezza.

Ero indecisa se partire dal Dirigente o dalla Vice – con cui sento più confidenza – ma ho scelto di procedere per linea gerarchica quindi, stamattina, chiedo cinque minuti al Responsabile dell’Ufficio.

Parto con il mio racconto, breve ma di un lungo periodo, della sofferenza, del percorso psichiatrico – che esclude patologie mentali – e psicologico di sostegno e accompagnamento per arrivare alla diagnosi di disforia di genere e all’inizio della terapia ormonale e della mia necessità di vivere, apertamente, come donna, rassicurandolo comunque sulla mia sobrietà durante le attività lavorative.

“Spero non ci siano problemi e che non cambi il nostro rapporto”.
“Sei felice?”, mi chiede.
“Sì, ora sì!”.
“E allora va benissimo così, non ci sono problemi… Anzi se dovessi avere problemi nel servizio o con l’Amministrazione dimmelo che ci penso io”.

***

Più tardi riesco a parlare anche con gli altri non-colleghi: la Vice, uno dei due funzionari – l’altro è in vacanza – e l’impiegata.

Stesso racconto, anche se più sintetico: avete idea di quanta energia emotiva serva per un coming-out? E per due in un giorno?

Ancora una volta ho una grande sensazione di accoglienza!

L’impiegata mi abbraccia virtualmente – maledetto covid! – e mi ringrazia per la condivisione, riconoscendo il coraggio e la forza che ci vuole.

La Vice è altrettanto solidale e, più praticamente, mi garantisce supporto immediato in ogni eventuale situazione critica – dovuta alla transizione – durante il sevizio. E mi dà il benvenuto nel mondo delle donne, imponendomi l’uso del bagno femminile.
L’unico uomo presente è comunque molto accogliente e positivo.

Seguono molte domande, personali – di cui si scusano nel caso siano troppo indiscrete ma non c’è problema – a cui rispondo volentieri, raccontandomi.

Notano che ormai parlo solo al femminile. Mi chiedono come devono riferirsi, rispondo che il nome che ho scelto è “Chiara”, e il perché, che preferisco che si rivolgano a me al femminile… ma che so che nei primi periodi non sarà facile e che non ci saranno problemi se si confonderanno, che non sarà neanche facile finché si vivranno situazioni miste, con persone che ancora non sanno di me e che in quei contesti e nel frattempo possono troncare il mio nome anagrafico per renderlo neutro.

Intanto, già mi parlano al femminile!

Sempre più libera,
sempre più leggera,
sempre più donna.

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Nota: qui e in altri articoli mi riferisco alle persone coinvolte utilizzando i loro ruoli invece dei nomi. Preferirei sicuramente usare i loro nomi ma entrano in questo blog senza invito e, soprattutto, molto probabilmente, senza saperlo e quindi senza avermi concesso una liberatoria. Per questo, e per rispetto della loro privacy, credo sia meglio nominarli solo in modo generico.

Avvocato ✓

Dopo vari tentativi ce l’ho fatta e sono riuscita a parlare con l’avvocato che prenderà in mano l’iter burocratico per la mia riassegnazione anagrafica e chirurgica.

Dopo la lunga chiacchierata sono felice di confermare la mia scelta.
Telefonata luuunga, tanto che alla fine faticavo a parlare e in stazione, aspettando il treno – ovviamente in ritardo – il raspino in gola è esploso in ripetuti colpi di tosse 😷 fino all’effetto di doppia dose di mentine – previa sterilizzazione delle mani. Un modo come un altro di non avere folla intorno 😉.

Il dado è tratto. Si parte. Non solo con la medicina.

Non sarà facile. Spero non sia troppo lunga.

Saremo in due, del gruppo AMA di Arcigay Varese, a partire con questo treno. A proposito, se vi interessa domenica prossima, il 4 ottobre, ci troviamo, virtualmente via Google Meet, come ogni prima domenica del mese, salvo festività particolari. Se desiderate partecipare scrivete un’e-mail a trans@arcigayvarese.it per ricevere il link di connessione.

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Da “avvocato” ad “a te avvocata” il passo non è lungo – lo è, ma permettetemi la licenza! – e, considerando che ultimamente sto riascoltando i primi lavori di Ligabue, come non consigliarvi Libera nos a malo?

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Incontrerò l’avvocato fra circa un mese. Una delle domande è stata: “scioglierete il matrimonio?”. L’alternativa è convertirlo in unione civile.

Di questo ne avevo già parlato con M., la risposta è stata quella di sempre: “ora non so, vedremo”.

Stasera le ho detto che fra un mese devo far sapere, all’avvocato, cosa vogliamo fare, perché deve istruire la pratica. Ora lei ha una scadenza. Ora io ho paura.

Rullo di tamburi.
Sipario!