Svegliata dal telefono… ma che bello!

Ore 8.56, suona il telefono. Stavo ancora dormendo: sono ancora in cassa integrazione e da quando è iniziata la pandemia ho sincronizzato il mio fuso orario interno con quello di New York, o quasi.

Ma è stato piacevole essere svegliata così: era la segreteria del Centro Fertilità di Niguarda – quello che si occupa, oltre ad aiutare a far nascere bambini e bambine, anche degli adeguamenti di genere.

Mi hanno fissato un nuovo appuntamento, per recuperare quello a cui sarei dovuta andare lo scorso 6 maggio, per iniziare la TOS. “Primo giugno va bene, o preferisce l’8”. “Il primo va benissimo, grazie!”.

Mi sono sempre piaciuti i numeri che finiscono per nove. In particolare il diciannove. Oggi direi che è la conferma: avevo proprio bisogno di buone notizie, di qualcosa di positivo.

Non posso che citare una canzone di Joe Jackson che amo particolarmente, Nineteen for ever, e un’altra a cui sono particolarmente affezionata di cui riporto solo il testo ché la migliore registrazione audio può ferire le orecchie più sensibili.

Nineteen

Gettin’ to the year
nineteen-ninety-nine
witches and church-fiend
surely will say you
there is nothing after
as their fathers said
to the stupid people
one thousand years ago.

They sure will say you that
the whole is gettin’ to
an undesiderable
but definitive end.
Please, do not believe them
they dunno why as well:
they just are living because
someone told’em to do.

REF: You can dream,
you can smile,
you can cry:
you’re nineteen.
You can seem, (You may want,)
you can feel, (you may refuse,)
you can be: (you may be:)
you’re nineteen.

Nothing of what you mind
keeps staying inside of you.
Just keep your values up:
could stop in being of your
as long as your great love
let no thing destroy them
by choosing instead of you
on what you have to be.

You always felt to be
much older than you are
and now that you realize
you’re really growin’ up,
you are no longer able
to understand yourself
and what you always wanted
now breaks you in sufferance.

[REF]

You’re very young at now,
you feel it over all,
and going to be nineteen
in nineteen-ninety-nine,
last of one-thousand years
passed over another one,
won’t help to stop you crying
but hollar helps, you know.

When you will be nineteen
you’ll feel the difference
between the age you have
and the one of Christians’ world
as they do feel the weight
of the world they disobey
and think is going to crash
over their empty heads.

[REF + solo]

It takes no time to get
so thirsty as you are
when you just stopped crying
and have ran out of drinks
but hatred only exists
if there is love somewhere
and this is why “one-thousand”
will never get to end.

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La prima volta!

Oggi è stata la prima volta che mio figlio, il ‘piccolo’, si è rivolto a me al femminile. Ne sono stata enormemente felice. Forse avrei dovuto dirglielo.

Mi ha chiesto dov’ero stata: sono uscita prima che si svegliasse per andare al CPS e pensava fossi andata al lavoro, ma no: sono ancora in cassa integrazione.

Sono tornata al CPS su invito, per un piccolo incidente che è successo giusto una settimana fa. Cosa di cui ho deciso di non parlarvi, almeno per il momento, se mai lo farò, quindi non fate domande, per favore.

Mi ha chiesto “dove sei stata?”, e mi sono sciolta.
Ma da brava orsa non l’ho esternato. Brava, eh?

I sentimenti dentro sono ancora cupi. Dopo l’incidente è stato carino per un paio di giorni. Durante è stato molto protettivo. Poi è tornato a fare l’adolescente ribelle. Insopportabile come da copione. Fino a oggi.

Oggi, comunque, sono rientrata al CPS. Nonostante fossi in anticipo mi è sembrato un incontro un po’ di fretta e non sono riuscita a dire tutto quello che avrei potuto e voluto raccontare. Ma la dottoressa mi ha spiegato che – causa sospensioni Covid-19 – ora che stanno ripartendo sono sommersi dalle richieste.

Chissà quando – e se – mi richiameranno dal Niguarda?

Intanto, al CPS, nuovo appuntamento a breve, lunedì prossimo.

Ho tante cose da dire, credo mi preparerò una scaletta. Spero di avere il tempo necessario.

Ma, almeno stasera, gongolo per il femminile riconosciuto anche dal mio secondo figlio.

E sì, almeno a M., ho detto quanto ne fossi felice.

Meno… male che ho chiamato!

Il titolo avrebbe dovuto essere “Meno uno”, perché domani avevo appuntamento per la visita al Niguarda per iniziare la TOS.

E invece meno male che non mi sono fidata della “non cancellazione” e ho chiamato il reparto a ripetizione per tutta la mattina, senza risposta.

Alla fine ho chiamato l’URP che ha controllato e mi ha confermato che il centro è chiuso e mi ha dato un contatto e-mail per riprogrammare l’appuntamento.

Nessun nuovo inizio, solo una nuova attesa.

Spero solo che non mi facciano aspettare altri sei o sette mesi – se non di più, visti tutti gli appuntamenti che si saranno accumulati nel frattempo –, perché nel caso avrò bisogno ben prima di un TSO.

O, magari, di un lavoro con uno stipendio che mi permetta il percorso privato, ché non sono eterna, il mio orologio biologico continua a ticchettare e la molla non si può ricaricare. Né mi interesserebbe farlo, ora, così.

Meno sei…

Se non cancellano l’appuntamento, mancano sei giorni.

Sei giorni alla TOS.

L’inizio della mia nuova gestazione.

Se…

Forse non sono così brutta!?

So di non essere bella. Anzi mi vedo proprio brutta: quella che vedo allo specchio non sono io, anche per questo preferisco non accendere i faretti in bagno, almeno al mattino, almeno finché non devo proprio vedere quello che faccio al mio viso.

Ho la faccia che ho: ben poco femminile, con la testa enorme e quell’orribile ombra nera fra naso e mento, che ora la mascherina d’ordinanza sembra nascondere molto bene, tanto che – l’ho già detto ma lo confermo – quando esco per fare la spesa, o in ospedale, tutt* – forse potrei dire “tutte” perché credo di aver parlato solo con donne, fuori di casa, negli ultimi tempi – si rivolgono a me al femminile.

No, non mi piaccio. Dovrei avere più rispetto per il mio corpo, lo so. Fino ai quarant’anni, quando ho iniziato a capire il mio vero genere, avevo sì una leggera pancetta da “bevitore di birra” – confesso! – ma il fisico era ancora asciutto.

Ho iniziato la terapia fito-ormonale e il seno ha iniziato a svilupparsi. Poca roba ma ne ero molto così contenta! Poi si sono avvicinati i cinquanta e, complice forse il calo di attività fisica – che avevo ben ripreso, con soddisfazione, dopo le angioplastiche – dovuta a una serie di incidenti alle ginocchia, mi è esploso l’addome.

Mi vedo come una brutta cicciona, non mi piaccio, ma non riesco a mettermi a dieta. Stavo calando di peso e riprendendo un po’ di forma da quando ho rincominciato a lavorare. Questo maledetto virus, che mi ha forzata in casa, mi ha fermata e ho rincominciato a prendere peso. La carne è debole, lo spirito peggio.

Lo stesso maledetto virus ha però aumentato anche il mio passing* grazie alla mascherina. E con questo forse è aumentata anche un po’ la mia autostima.

Fatto sta che oggi pomeriggio, al supermercato, ho incrociato una donna molto piacevole, stile Gianna Nannini, con tanto di caschetto biondo e chiodo di pelle nera, ben curata e mi è sembrato mi guardasse con gradimento. Subito mi è scattato il radar.** Poi ho pensato che magari credesse di aver visto una sua conoscente, era la spiegazione più razionale, però ad ogni incrocio nelle corsie coglievo un sorriso negli occhi.

Non mi sento degna di simili attenzioni, magari ha semplicemente visto chi c’era dietro la maschera, magari era il solito “sorrisetto”. Ma tutte le altre persone mi hanno vista e riconosciuta come donna. Perché non anche lei?

Non posso neanche pensare di essere bella, però stasera mi godo l’idea di essere ancora piacevole e non solo per chi mi guarda attraverso le lenti dell’amore.

Sbaglio?

___
* Passing: la capacità di sembrare del genere di appartenenza nonostante quello di nascita.
** Gay radar: l’istinto che alcune persone pensano di avere nel riconoscere l’orientamento sessuale delle persone.

Esami del sangue: avrò studiato abbastanza?

Stamattina ho fatto gli esami richiesti per iniziare la TOS.

Ero già andata in ospedale, per il prelievo, venerdì scorso ma dopo una lunga coda ed essere stata insultata dalla provata – ma provate lo siamo tutte! – impiegata dell’accettazione, perché erano le ennesime prescrizioni che non riusciva a leggere con lo scanner laser, mi annuncia che alcuni esami li fanno solo di mercoledì, allargando le braccia alla mia protesta: “ma io come faccio a saperlo?”.

D’altra parte, per le persone superstiziose, venerdì scorso era il diciassette.
In ogni caso, al contrario dell’altro giorno, oggi sono entrata senza fare coda. Mi sono presentata allo sportello con anche il foglio riepilogativo stampato in qualità fotografica – comunque scarso, ma è il file originale che è in pessima risoluzione – e un altro leggermente ingrandito e ripulito – cosa ho fatto la grafica per oltre dieci anni a fare, altrimenti?! Dopo un “nah, non serve a niente questo, mi serve un altro codice…”, ha ripreso in mano il foglio e blip-blip-…-blip, tutto inserito et voila, il salasso è servito.

Salasso, sì, e doppio! Perché mi hanno prelevato cento euro di ticket e varie provette di sangue. 🧛

Devo dire che anche oggi, grazie alla mascherina, all’abbigliamento e a un filo di mascara, mi hanno salutata tutte (ho incontrato solo donne questa mattina) al femminile.

Sono stata particolarmente felice, perché l’infermiera che mi ha fatto il prelievo e l’assistente hanno continuato a rivolgersi a me con il femminile anche dopo aver letto il mio nome sulla lunga strisciata di etichette da attaccare sulle provette.
In particolare mi ha colpita quando mi ha detto “abbiamo quasi finito, cara”, poco prima dell’ottava o nona e ultima provetta, oltre ad “adesso la pungo, signora, tranquilla” poco prima di infilarmi la farfallina nel braccio.

Di una cortesia e una sensibilità squisite. Grazie, grazie di cuore!
Spero abbia colto la mia piena empatia per lei e tutte le colleghe e tutti i colleghi, in questo momento difficile.

Ero talmente estatica – o intontita per il salasso ? – che solo a casa mi sono resa conto della data per il ritiro degli esami: 15 maggio! Peccato che io la visita per la TOS, per il momento, sia programmata per il 6 maggio.

Vero che on-line gli esami sono disponibili molto in anticipo. Così tanto? Posso solo sperare. D’altra parte se avessi saputo che certi esami li facevano solo di mercoledì sarei andata la settimana prima. Anche venerdì scorso, forse, sarebbe stato in tempo utile. Io non ho atteso per pigrizia, ho aspettato perché tutte le visite degli ultimi due mesi me le hanno cancellate, da riprenotare. Ho atteso per evitare di farli inutilmente, in caso di rinvio anche di questa visita. Solo che, evidentemente, ho atteso troppo.

Posso solo sperare che, visto il calo di prestazioni richieste, il laboratorio analisi sia molto veloce (e non servano tempi lunghi di “coltura”).

Comunque, essendo solo a due giorni da un possibile riapertura delle attività – che è ancora tutta da stabilire e capire come sarà quantitativamente e qualitativamente – non posso essere ancora sicura che quella visita ci sarà.

Ti conosco mascherina!

No, non siamo a carnevale. E, no, non è uno scherzo.

Ma, cercando il lato positivo, o almeno un motivo per sorridere, oggi per la prima volta, al supermercato per la spesa settimanale, mi hanno sempre chiamata “signora”, parlandomi al femminile.
E hanno continuato a farlo anche quando rispondevo con timbro di voce non proprio da soprano.

No, non ho fatto nessuna plastica facciale miracolosa: ho solo indossato la mascherina d’ordinanza. Che poi è una di quelle che servono a poco – anche se da oggi pare siano state rivalutate anche quelle fai-da-te, purché limitino la diffusione dello spray in caso di tosse o starnuto – ma fa stare più tranquilli, anche se non è omologata.

La mascherina, distribuita a prezzo di costo tramite il mio Comune, è prodotta da una azienda di abbigliamento della zona che si è riconvertita all’uopo: infatti credo sia ricavata dai top dei costumi da bagno, riadattata in formato mascherina.

Vi ricordate che è ancora in vigore il divieto di ingresso in strutture pubbliche, amministrative o sanitarie, con il volto coperto (intendendo, per lo più, il velo islamico)? Bene, perché ora è più facile che non vi facciano entrare a viso scoperto! Ci sarebbe quasi da ridere, se non fossimo in una situazione tragica. Cito a proposito l’unica frase araba che ho imparato, in Val Brembana: “’a q’la ’aca làh in d’la ca’ làh!”.

Credo comunque che potrei adottare la mascherina come mio capo di abbigliamento usuale, citando anche M¥ss Keta… ma la prossima volta devo ricordarmi che non è il caso di mettere il fondotinta – non lo metto tanto per vanità, quanto per coprire quella terribile ombra nera che rimane anche dopo un’accurata rasatura 😭 – quando la indosso, ché poi mi tocca candeggiarla 😉.

Quarantena

Non sono passati quaranta giorni dall’ultimo articolo. Ma siamo in quarantena e fa quasi lo stesso, quindi parto con una citazione musicale.

Quaranta dì, quaranta nott, che potrebbero essere sessanta, ottanta o forse più: non cambia molto.

Non cambia molto il significato di “ci penso e ti dico”.

Che, lo sapevo, è sempre stato “no”, da subito, ma “ci penso” sembra fare meno male. Sembra. A lei. Forse.

L’ho sempre saputo, il significato, perché poi il “ti dico” che avrebbe dovuto seguire il “ci penso” non è mai seguito. Mai. E l’ho sentito tante volte.

Poi l’altra mattina c’è stata la conferma: ripetendo una proposta di un paio di mesi fa la risposta è stata “ti avevo già detto che no, non mi interessa”.
In realtà la risposta era stata, indovinate ? “Ci penso e ti dico”.

La domanda è imbarazzante, sia per me che per lei. Ma quando gliel’ho fatta era da un po’ che non prendevo il luppolo e spesso avevo un fastidioso “alzabandiera” mattutino. L’offerta è stata stupida e fuori luogo. Forse poi mi sarei sentita peggio ma l’intento era sincero: se non mi vuole più come donna magari posso offrirle qualcosa con quel rimasuglio di uomo – fisiologico – che ancora sono.

Visto che i preservativi che abbiamo in casa sono scaduti da anni le ho chiesto se pensasse fosse il caso di prenderne di nuovi, per provare a fare l’amore con me. La risposta la conoscete. E non sapremo mai se, effettivamente, sarei mai riuscita a farcela ma nella mia lunga transizione negli ultimi rapporti etero che abbiamo avuto io invertivo mentalmente – lei complice – il verso della penetrazione.

Spero di non averla offesa, forse sì, ma siamo in simbiosi da così tanto tempo che mi aspetterei una sgridata, magari un ceffone – anche se non è da lei – non un finto “ci penso”.

Fatto sta che, dopo aver ricevuto la nuova fornitura di luppolo l’alzabandiera è rimasto e forse peggiorato (mi capita anche di notte, quando devo alzarmi per fare pipì). L’altra mattina era persistente – a me dà un fastidio terribile – e le ho ricordato la proposta ma non ho voluto commentare la sua risposta anche perché siamo in quarantena. E forse lei semplicemente avverte il mio disagio.

I rapporti sono già tesi per il vivere insieme coatto, adolescente incluso, 24/7, come si dice, peggiorati dalla mia disforia, dai miei dolori crescenti per la proibizione delle passeggiate, dal mio pessimo carattere, dalla mia transizione, dalla mancanza di tempo per me da sola, dalla mancanza di coccole, di sesso.

Oggi mi sono comunque concessa una passeggiata, breve, più o meno nei limiti: almeno finché non quantificano, in metri, “nei pressi dell’abitazione” – il paese in cui vivo è talmente piccolo che in qualunque direzione in due minuti a piedi, ma anche meno, si può uscire dall’abitato, se non dai confini – ma non è servito così tanto, se non, almeno spero, alle mie ossa.

E quando mi è esplosa la tristezza, stasera, ha cercato di consolarmi ricordandomi che ho iniziato la transizione. Sì, vero, ma: ho il nulla osta da gennaio e la prima visita a maggio; non posso farmi prescrivere gli esami dal dottore perché non posso andarci per il covid-19 e temo di andare a Niguarda, sempre che non cancellino l’appuntamento, solo per farmi prescrivere gli esami e tornare dopo altri sei o sette mesi; non posso permettermi il percorso privato perché oltre a non poter pagare le visite non potrei pagarmi la terapia.

Inoltre – le ho detto – mi rendo conto di aver perso ogni relazione con nostro figlio; sto perdendo lei perché ho distrutto – o sto distruggendo – il nostro rapporto (il nostro “fantastico” rapporto l’ho solo pensato).

Potrei aggiungere che non ho vie d’uscita: anche con la paga del mio lavoro – fortunatamente, almeno, mi hanno rinnovato il contratto – facciamo fatica ad arrivare a fine mese, figuriamoci se posso pensare di togliere il disturbo ed andare a vivere per i fatti miei.

Posso solo pensare di togliere il disturbo. Punto.
E mi sentirei in colpa, perché lei mi riterrebbe una vigliacca.

Posso solo ipotizzare, perché lei non legge queste inutili parole: gliene ho parlato più volte di questo blog e più volte le ho chiesto di leggerlo. Ma a lei da fastidio leggere a computer, allora le ho proposto di stamparglielo e mi rispose che ci avrebbe pensato lei.

“Ci penso”. Ecco, appunto! Cosa dicevo?
Non lo fa per cattiveria, ma è così che fa.

Quanto vorrei che mi leggesse, sia in queste pagine che dentro.

Stallo

È da quasi un mese che non vi tedio con la mia vita, la mia transizione, i miei problemi. Un po’ per pigrizia, ma soprattutto per non annoiarvi con il nulla, visto che non è successo niente degno di cronaca. E ci sono cronache ben più interessanti e urgenti in questi giorni.

Mi sono ultimamente definita come “sospesa”, non dalla scuola (della vita) ma nel senso di “in attesa”. In attesa di cosa? Be’ ricordate che sto cercando di cambiare genere, non solo nella mia testa, non solo fra le amicizie che mi hanno accolta, ma anche per tutto il mondo, a partire dall’apparato burocratico?

Da giorni non mi sento più sospesa ma in stallo. Differenze? Sono entrambi stati di sospensione, ma lo stallo, almeno in senso aeronautico, come lo intendo io, è una stasi che precede il precipitare, incontrollabile, verso lo schianto del velivolo, salvo manovre che richiedono grandi abilità da parti del pilota.
Abilità che mi mancano.

Così come mi mancano le capacità e le risorse per proseguire, in tempi brevi, il mio percorso di transizione, il mio “volo”.

Sono passati quasi due mesi da quando ho avuto il nulla osta per la TOS, e ne mancano altri due alla visita in cui, forse, mi prescriveranno la terapia o, se va male, mi prescriveranno gli esami da valutare alla visita successiva – dopi altri sei o sette mesi – per arrivare, sempre forse, alla prescrizione.

Questo è il percorso SSN, quello pubblico. Ci vuole pazienza, ci chiamano “pazienti”. Ma quanta pazienza ci vuole? Quanto tempo ho io, alla soglia dei cinquantasei anni?

Alternative? Ovviamente il percorso privato! “Bello poter scegliere”, recitava il Celeste – ora ai domiciliari dopo sentenza definitiva – “per chi se lo può permettere” ho sempre aggiunto io, allora e soprattutto adesso!

Sì, con le convenzioni, tramite associazioni, si trovano prezzi (quasi) accessibili… per chi ha un lavoro vero, retribuito come si deve. Ma anche 60-70 euro a visita (contro almeno il doppio, senza convenzioni) sono troppi per chi, a fine mese, deve decidere quali bollette pagare. E di visite, esami e poi farmaci ne servono tanti, e la terapia ormonale è “a vita”. E se vengono prescritti dai privati, li devi fare e acquistare privatamente.

Ho valutato varie opzioni ma oltre a pregare – ci credessi e ne fossi capace – per un lavoro vero – e anche la possibilità del mese scorso sembra sfumata – non mi rimane che la trappola della speranza (cit.): sono troppo vecchia e brutta per pensare di prostituirmi (e mi farei troppo schifo!), troppo scassata e imbranata per pensare a una rapina (potete immaginare che fine farebbe una donna come me, per quanto brutta, in un carcere maschile?).

A fine mese scade il contratto di lavoro, che dovrebbe essere rinnovato. Ma dopo una settimana di malattia, per influenza, ora ho altre due settimane, fino al 25 marzo, senza lavoro a seguito dei decreti covid-19, al momento in ferie forzate, in trepida e speranzosa (ancora!?) attesa si converta in cassa integrazione o altri ammortizzatori sociali. Ma se lo stop proseguisse oltre? Quante possibilità ho che l’azienda per cui lavoro non decida di procrastinare il rinnovo a quando le attività riprenderanno a pieno regime.

Per l’influenza ho anche dovuto rinviare il controllo cardiologico – da marzo a fine novembre! – e, visti eco-cardiogramma e test da sforzo passato benissimo, non sarebbe un problema se non fosse che il mio cuore ogni tanto batte all’impazzata… saranno solo i pensieri, ma nel frattempo si insinua fra di essi.

Mille pensieri, mille paure, nessuna certezza. Neanche su chi sono, dopo cinque mesi a entrare uscire dai panni e ruoli maschile del lavoro. Sul futuro di coppia, dopo un lento ma continuo distacco di M., accelerato dall’isolamento per la possibilità che l’influenza fosse qualcosa di più.

Sono giorni che non dormo o quasi, e che comunque non dormo decentemente: o mi sveglio all’una e mi rigiro fino alle sei, o vado a letto alle due, leggo per almeno un’ora e comunque mi sveglio alle sei. Poi, ogni tre-quattro giorni forse crollo, sfinita, e riesco a dormire un po’ di più.

L’insonnia, ho scoperto, la condivido con una mia recente amica, per il momento virtuale, con cui condivido anno e, forse, città di nascita, tipo di percorso e orientamento, anche lei sposata con figli e, anche se lei ha terminato il percorso prima che io iniziassi realmente il mio, pare abbiamo molte cose in comune, avremo lo stesso oroscopo?

Inizialmente davo colpa alla febbre e al paracetamolo. Ora credo sia solo ansia, pensieri, muri che si alzano sul mio percorso. Stanchezza. Trappole.

Sono in stallo e mi preparo a precipitare.
Ma non ho il paracadute.

Sgamata?

Lavoro in appalto presso un ente ma, per quanto non colleghi, è inevitabile salutarsi, parlarsi, come tali, con i dipendenti diretti.

Lavoro per quell’ente indossando la maschera da uomo e per indossarla mi sono anche dovuta tagliare i capelli.

Quando sono fuori dal lavoro però mi libero della maschera e rientro nei miei panni, nelle mie scarpe.

Solo che stasera, facendo la spesa in un vicino supermercato con moglie e figlio, ho incrociato una non-collega. Che mi ha riconosciuta, sorriso e salutata. E io altrettanto.

Però avevo, anche se cappotto e borsa sono sempre gli stessi, indossato orecchini evidenti, un filo di trucco e – invece delle scarpe da lavoro – mocassini e calze velate.

Il suo sorriso era vero: credo sia una persona molto positiva. Il mio forse un po’ imbarazzato: le chiacchiere volano veloci in quegli ambienti, e il mio contratto scade tra un mese.

Prima o poi doveva succedere.
Prima o poi avrei dovuto dirlo.
Confido ancora nell’altro lavoro.

Ma, se mi conoscete, sapete quanto mi sia preoccupata.
Odio nascondermi!!!
Odio mentire.