Quando le vocine parlano, meglio ascoltarle!

Sebbene “perfino nel mondo dei maghi sentire voci non è un buon segno”, le vocine che ti parlano bisogna ascoltarle.

Be’, magari non proprio tutte e non sempre ma, con tutte le visite psichiatriche che ho passato in questi anni, direi che quel tipo di voci potrei escluderle.

Questa notte praticamente non ho dormito: oltre ai soliti dolori, più intensi ieri sera e stanotte, si aggiungono pensieri, preoccupazioni per una carissima amica con gravi problemi di salute, presente, futuro, cure di cui avrei bisogno e che non mi posso permettere – a partire dalla logopedia, perché la mia voce proprio NON LA SOPPORTO PIÙ! – oltre a tutte le ansie che questo infinito periodo pandemico ci sta accollando.

Nel silenzio assoluto della notte – si fa per dire, eh, quanto mi manca il silenzio! – mi entra in testa una vocina: no, non mi dà consigli malvagi, non mi invita alla vedetta, alla strage…

È una voce dolce, lieve, impercettibile, forse non è neanche un suono e mi rendo conto di averla già sentita, inascoltata. Mamma?!

Mi consiglia di vedere a che punto è la mia sentenza. Cerco di girarmi e riprovo a dormire. Non ci riesco. Prendo il telefono che normalmente non porto mai a letto, salvo rari casi particolari e come ho detto sono molto preoccupata per una mia cara amica: le ho detto che può chiamarmi in qualsiasi momento e su queste cose non scherzo.

Cerco e trovo la pagina dedicata del Ministero della Giustizia. È in manutenzione ma rinvia a una app. Provo a installarla, si può anche sul mio, per quanto obsoleto. Faccio una ricerca con i riferimenti che ho.

Mentre rivivo quest’attimo, raccontandolo, mi viene in mente Lo Shampoo, di Giorgio Gaber, non so perché, forse l’enfasi del racconto.

Cerco e trovo: è un accesso pubblico e buona parte dei dati sono oscurati ma sono io, è la mia causa. La sentenza è definitiva, depositata!

Guardo la data: 29 ottobre. Oggi è giusto passato un mese e, per quel che mi ricordo, la sentenza ormai credo sia passata in giudicato.

Non si legge quale sia la decisione ma il mio pessimismo cosmico questa volta non fa neanche il solletico alla mia certezza: è andata!!!

Mi si stampa un sorriso in faccia. Non sento più i dolori – non è vero ma, probabilmente, non ci penso più. È ancora notte, non posso fare nient’altro e tengo a freno l’urgenza di scrivere o chiamare – subito – il mio avvocato.

Mi alzo con largo anticipo, non so come – o forse sì? – io riesca a essere così sveglia. Devo fare gli esami del sangue per la TOS e mille altri controlli – alla fine mi salasseranno con cinque fiale – forse è per questo che non riuscivo a dormire: ho studiato troppo poco per questi esami! 😲 (Chiedo scusa per la battuta!).

Nel primo pomeriggio mando un messaggio al mio avvocato e poco dopo riesco a parlargli. Quando ha letto il mio messaggio – mi dice – pensava mi fossi sbagliata poi, dopo aver controllato, trova la conferma del deposito della sentenza.

È imbarazzato ma il tribunale di Varese si è semplicemente dimenticato di comunicarglielo o lo farà con calma – ho piena fiducia in lui ma mi mostra comunque il log delle comunicazioni ricevute riguardo la mia pratica.

Nota anche che fra sentenza e deposito sono passate due ulteriori settimane. Un mese e mezzo di differenza. Sembra poco, eh? Ma quando la pelle è la tua…
Anche perché i trenta giorni, scopro poi ‘più dieci’, quindi quaranta, decorrono da quando la sentenza viene notificata alle parti interessate: figli, moglie e Procura. Altri due mesi almeno, sperando in tempi brevi per le notifiche. 🤔

E la pelle è sempre la mia! Ma chi sta dall’altra parte della scrivania sembra proprio non riuscire ad accorgersene.

Vabbe’, finito lo sfogo è tempo di tornare alla gioia e ai dettagli.

Hanno accettato tutto, quasi: la riattribuzione anagrafica, quella chirurgica, il nome “Chiara” e la conversione del nostro matrimonio in unione civile, invece dello scioglimento.

Non hanno accettato il secondo prenome, che volevo mutuare dal cognome di mia madre “Calza”, che poi è come moltə persone mi conoscono “Chiara Calza”. Non hanno accolto la mia richiesta, perché “è vietato imporre al bambino… un cognome come nome” (art. 34 D.P.R. n. 396/2000). Non sono un bambino, né una bambina e “Calza” non me lo impone nessunə: l’ho scelto e chiesto io… ma basta! Va bene così. Non ce la faccio più! Accordo concluso. Prendo il pacchetto così com’è. E sono felice! Davvero!

So che io comunque sarò sempre “Chiara Calza”, per me e per moltə di voi. È anche un mio pseudonimo editoriale, per cui esisto davvero, almeno sulla carta. E comunque rimarrà sempre in me e nel mio cuore quel piccolo frammento di mia madre: l’ho sempre amata tanto e sempre tanto – e di più, molto di più – mi ha dato.

Quindi, visto che il posto è ormai vacante, nel caso vogliate propormi alla carica di Presidente della Repubblica, che sarebbe ben ora venisse assegnata a una donna – e perché non trans*? – potrei accettare ma solo come “detta ‘Chiara Calza’”. 😊🤭😃

In ogni caso, oggi più che mai, amo il numero 29!

P.Q.M.

Il Tribunale, definitivamente pronunciando, visto l’art. 31, d.lgs. n. 150/2011, così provvede:
1) accoglie la domanda proposta da Xxxxx Xxxxxxxx, nat* a Milano il 12/08/1964, di rettificazione di attribuzione di sesso e conseguentemente ordina all’ufficiale di stato civile di Milano di effettuare la rettificazione nel relativo registro atti di nascita (Anno 1964, Parte X, serie X, n. YYY) del sesso, da “maschile” a “femminile”, e del nome, da “Xxxxx” a “Chiara”;
2) autorizza Xxxxx Xxxxxxxx, nat* a Milano il 12/08/1964 a sottoporsi a trattamento medicochirurgico di adeguamento dei propri caratteri sessuali ai caratteri sessuali femminili;
3) dà atto della volontà dei coniugi Xxxxx Xxxxxxxx e Xxxxx Xxxxxxxxx di non sciogliere il matrimonio contratto in data YY.YY.2003 (atto iscritto nei Registri dello Stato Civile del Comune di Varese dell’anno 2003, atto n. YYY, parte X) a seguito della rettificazione anagrafica di sesso di Xxxxx Xxxxxxxx e, per l’effetto, ordina all’ufficiale dello stato civile del Comune di Varese di iscrivere l’unione civile nel registro delle unioni civili e di provvedere alle annotazioni di competenza ai sensi dell’art. 31, comma 4-bis, d.lgs. n. 150/2011;
4) nulla sulle spese.

L’amore è complicato(?)

Siamo noi donne a essere complicate o è l’amore (fra donne), quello maturo, ultra-ventenne, a esserlo?

Vi ho raccontato l’esito di un addio troppo affettuoso, qualche giorno fa.
Dopo quell’episodio ho un po’ raffreddato i miei approcci: ricambio i baci ma non li cerco, temendo di essere eccessiva.

Risultato?

Li cerca lei, i baci, e stamattina, invece del solito, brusco “hey, è ora!” per svegliarmi si è seduta sul letto, mi ha accarezzata, baciata – per quel che poteva, con la maschera del CPAP – e chiamata “tesoro”!

Ho sempre odiato quell’orrenda canzone di Marco Ferradini ma…

Io sarei sempre affettuosa, anche di più, ma mi trattengo proprio perché non è la prima volta che arriva quella frase: “ma come sei affettuosa!”, più seccata che stupita.

Passerei il mio tempo con lei abbracciate, baciandoci, accarezzandoci e, quando entrambe non siamo stanche, sfinite – già, quando? 🤔 –, a fare l’amore. Peccato però che, nella coppia, solo io sono lesbica!

Sarà questa mia nuova adolescenza, saranno gli ormoni… ma io «ho bisogno d’amore, perdio! Perché sennò sto male!».

Sarà per questo che quando vedo o sento qualcuna fra le mie amiche più care il mio battito cardiaco accelera?

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E anche un po’ di sesso non ci starebbe male! 😇

Stallo

Sono passati quasi due mesi dall’udienza conclusiva. Due mesi di attesa, immobile.

Due mesi in cui questo blog è cresciuto molto poco, avendo poco da dire sulla transizione, riportando invece fatti più personali.

Forse non vi interessano, forse sì. Forse dovrei evitare di tediarvi con notizie fuori tema ma sono sempre io il soggetto del blog.

Ogni transizione è una storia a sé – anche se poi sono tutte uguali, per quanto differenti – e ognunə indossa la propria. Quindi credo sia giusto conoscere anche il soggetto della narrazione.

Tutto sommato non sono una transizione: sono una persona, una donna.

Stati d’animo: gli addii

Stazione.
Mi ha accompagnata al treno, per andare al lavoro, come normalmente succede nei fine settimana.

La saluto con un bacio, me ne scappa un altro e un altro ancora.
Il quarto atterra sulla guancia, perché si è girata. Commenta:
— Come sei affettuosa oggi!
— Mi manchi!
— Ma viviamo insieme!?

PTHUMPHTF!
Ma cosa ci faccio – io – (ancora) qui?!

“Come sei affettuosa oggi” pare ormai essere la sua safe word quando esagero e nel bacio metto po’ più di passione o lo ripeto… messaggio ricevuto!!!

“Pthumphtf!” è invece il suono che ho sentito distintamente dopo “Ma viviamo insieme!?”. Non so se a causarlo sia stato l’infrangersi del mio cuore, la caduta delle gonadi, un rigurgito d’orgoglio… o tutt’e tre.

So che la mia mente, con quel suono, è tornata istantaneamente indietro di cent’anni, al Futurismo e a questo quadro dal quale rubo il titolo. E che da stamattina mi risuona in testa questa canzone, forse per le difficoltà che ho ultimamente a respirare e…

Stati d’animo serie I. Gli addii