“Lui” è forte

Oggi si festeggia: il mio amore compie gli anni e abbiamo ordinato sushi da asporto.

Quando ritiriamo il pacco la signora ci avverte che il sacchetto è molto pesante e M. risponde: “Sì, grazie, ma LUI è forte”, riferendosi a me. 😢

Ero truccata, con mascherina, borsa, vestita da donna… secondo voi che cosa c’era di stonato nella situazione? Io o la frase?

Anche perché mi sono sentita addosso tutti gli occhi degli altri clienti e della ristoratrice.

Ma stasera si festeggia: mando giù e faccio finta di niente.
Buon compleanno, amore mio! ❤❤❤

CPS a distanza (chiamami col mio nome!)

Oggi avevo un nuovo appuntamento con il CPS ma la mia allergia è a mille e il naso continua a prudere, riempirsi e starnutire.

In tempi di covid-19 non è bello farsi vedere in giro mentre starnutisci, e non è neanche così facile respirare con la mascherina e il naso tappato e colante.

Ho avvistato mezz’ora prima dell’appuntamento e per fortuna ho richiamato un quarto d’ora dopo l’orario, ché il messaggio non era arrivato e la psicologa mi aveva già segnata come non presentata e senza avvisare.

In ogni caso, anche se è strano farlo al telefono, ho raccontato molte cose, dimenticandomene altre. Gli stress, lungo elenco, e le gioie, come mio figlio che si rivolge a me al femminile.

Lei ha ascoltato tanto e parlato pochissimo. Però da quando abbiamo ripreso i colloqui mi chiama per nome ma al maschile. Perché!? Capisco che burocraticamente è quello che c’è scritto all’anagrafe che mi identifica. Se non può chiamarmi Chiara non potrebbe almeno usare solo il cognome?

La prossima volta devo dirglielo!

Svegliata dal telefono… ma che bello!

Ore 8.56, suona il telefono. Stavo ancora dormendo: sono ancora in cassa integrazione e da quando è iniziata la pandemia ho sincronizzato il mio fuso orario interno con quello di New York, o quasi.

Ma è stato piacevole essere svegliata così: era la segreteria del Centro Fertilità di Niguarda – quello che si occupa, oltre ad aiutare a far nascere bambini e bambine, anche degli adeguamenti di genere.

Mi hanno fissato un nuovo appuntamento, per recuperare quello a cui sarei dovuta andare lo scorso 6 maggio, per iniziare la TOS. “Primo giugno va bene, o preferisce l’8”. “Il primo va benissimo, grazie!”.

Mi sono sempre piaciuti i numeri che finiscono per nove. In particolare il diciannove. Oggi direi che è la conferma: avevo proprio bisogno di buone notizie, di qualcosa di positivo.

Non posso che citare una canzone di Joe Jackson che amo particolarmente, Nineteen for ever, e un’altra a cui sono particolarmente affezionata di cui riporto solo il testo ché la migliore registrazione audio può ferire le orecchie più sensibili.

Nineteen

Gettin’ to the year
nineteen-ninety-nine
witches and church-fiend
surely will say you
there is nothing after
as their fathers said
to the stupid people
one thousand years ago.

They sure will say you that
the whole is gettin’ to
an undesiderable
but definitive end.
Please, do not believe them
they dunno why as well:
they just are living because
someone told’em to do.

REF: You can dream,
you can smile,
you can cry:
you’re nineteen.
You can seem, (You may want,)
you can feel, (you may refuse,)
you can be: (you may be:)
you’re nineteen.

Nothing of what you mind
keeps staying inside of you.
Just keep your values up:
could stop in being of your
as long as your great love
let no thing destroy them
by choosing instead of you
on what you have to be.

You always felt to be
much older than you are
and now that you realize
you’re really growin’ up,
you are no longer able
to understand yourself
and what you always wanted
now breaks you in sufferance.

[REF]

You’re very young at now,
you feel it over all,
and going to be nineteen
in nineteen-ninety-nine,
last of one-thousand years
passed over another one,
won’t help to stop you crying
but hollar helps, you know.

When you will be nineteen
you’ll feel the difference
between the age you have
and the one of Christians’ world
as they do feel the weight
of the world they disobey
and think is going to crash
over their empty heads.

[REF + solo]

It takes no time to get
so thirsty as you are
when you just stopped crying
and have ran out of drinks
but hatred only exists
if there is love somewhere
and this is why “one-thousand”
will never get to end.

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Tutti i diritti riservati / All rights reserved.

La prima volta!

Oggi è stata la prima volta che mio figlio, il ‘piccolo’, si è rivolto a me al femminile. Ne sono stata enormemente felice. Forse avrei dovuto dirglielo.

Mi ha chiesto dov’ero stata: sono uscita prima che si svegliasse per andare al CPS e pensava fossi andata al lavoro, ma no: sono ancora in cassa integrazione.

Sono tornata al CPS su invito, per un piccolo incidente che è successo giusto una settimana fa. Cosa di cui ho deciso di non parlarvi, almeno per il momento, se mai lo farò, quindi non fate domande, per favore.

Mi ha chiesto “dove sei stata?”, e mi sono sciolta.
Ma da brava orsa non l’ho esternato. Brava, eh?

I sentimenti dentro sono ancora cupi. Dopo l’incidente è stato carino per un paio di giorni. Durante è stato molto protettivo. Poi è tornato a fare l’adolescente ribelle. Insopportabile come da copione. Fino a oggi.

Oggi, comunque, sono rientrata al CPS. Nonostante fossi in anticipo mi è sembrato un incontro un po’ di fretta e non sono riuscita a dire tutto quello che avrei potuto e voluto raccontare. Ma la dottoressa mi ha spiegato che – causa sospensioni covid-19 – ora che stanno ripartendo sono sommersi dalle richieste.

Chissà quando – e se – mi richiameranno dal Niguarda?

Intanto, al CPS, nuovo appuntamento a breve, lunedì prossimo.

Ho tante cose da dire, credo mi preparerò una scaletta. Spero di avere il tempo necessario.

Ma, almeno stasera, gongolo per il femminile riconosciuto anche dal mio secondo figlio.

E sì, almeno a M., ho detto quanto ne fossi felice.

Viaggio in ambulanza, notte in PS

Ebbene sì, oggi ho vinto una corsa in ambulanza. E mi hanno pure acceso la sirena. Forse non ce n’era proprio bisogno ma ci sta… Si può mettere nel CV? Forse meglio di no.

Scrivo in ritardo di qualche mese. Non volevo raccontare, qui, questo episodio, che a lungo è rimasto molto intimo e segreto, noto solo a M. e nostro figlio F.
Me ne vergogno? Non lo so. Ma non volevo raccontarlo, però forse serve, e comunque nelle relazioni per il tribunale risulterà, non posso nasconderlo più di tanto, quindi forse è utile raccontarlo anche qui. Anche se M. mi fulmina e mi odia ogni volta che l’argomento – di seguito “l’incidente” – viene evocato.

È domenica, il clima in casa è molto nervoso. La lunga convivenza coatta ha lasciato il segno. La clausura covid si sta allentando ma sono ancora in cassa integrazione e temo lo sarò a lungo. La situazione economica è un disastro. Sono ingrassata, abbrutita, e lo stop alle attività fisiche seguita dal brutto tempo ha debilitato la mia già precaria forma fisica.

Litigo con F. e come al solito M. si schiera dalla sua parte, F. non mi parla e mi evita dal coming out, e se parliamo è scontro.

Oggi la mia schiena e il mio ginocchio si sono accordati in un crescendo devastante.

La pastiglia di ossicodone del mattino non serve a niente, né hanno effetto successive pastiglie di paracetamolo e ibuprofene. Aggiungo un po’ di vino, bianco. Sale la tensione, litigo ancora con M.

Non ce la faccio più, oltre al dolore fisico mi strugge il rinvio della visita per la TOS, la attendo dal 15 gennaio ed è rinviata sine die. Una visita cardiologica dai primi di marzo l’ho dovuta spostare a fine novembre… e questa, che fine farà?

Passo a gin e Campari.

Non ce la faccio più a sentirmi respinta da mio figlio, a litigare con lui e, soprattutto, con mia moglie che anche quando mi dà ragione prende le sue parti.

Non ce la faccio più. Troppo dolore. Troppo.

Litigo ancora con M.

Mando giù quanto ossicodone riesco con un’altra bella sorsata di gin e Campari. Miscela esplosiva.

M. se ne accorge, mi guarda furente – mai visto tanto odio nei suoi occhi – e vuole chiamare un’ambulanza. Io non voglio.

Voglio scappare, andare nei boschi, addormentarmi e smettere di soffrire.
F. mi sbarra la strada. Non posso fargli male, anche se fisicamente superiore non posso spostarlo senza fargli male. Non posso. Forse non mi odia così tanto…

Porta sbarrata, finestre inaccessibili: non potrei saltare senza rovinarmi e sto perdendo lucidità. M. riesce a contattare il 112. E arriva l’ambulanza. Non voglio andare. No. Mi oppongo.

Mi ricordo che una volta io facevo parte di quelli che soccorrono, della Protezione Civile, e mi rendo conto che loro avrebbero ben altre cose da fare invece di perdere tempo con una come me.

Non voglio essere salvata, voglio smettere di soffrire, ma so che lo faranno comunque: inutile perdere tempo ad aspettare il TSO. E hanno di meglio da fare che attendere che mi decida. Provo a dirglielo, di andare dove c’è bisogno, davvero.

Ma ovviamente mi ignorano. Non possono lasciarmi qui, non possono abbandonare una chiamata – che un po’ è quello che mi dirà M.: “non potevo non chiamare”, con un tono che un po’ suona come “ché se no avrebbero potuto incolparmi”.

Mi arrendo e salgo sull’ambulanza. Il viaggio è piuttosto lungo, sia perché, da quel che potevo vedere e capire, hanno fatto un giro lungo, sia per un po’ di traffico… e vinco un tratto a sirene spiegate.

L’equipaggio, sapendo della mia transizione, si è sempre rivolto a me al femminile. Lo stesso anche in pronto soccorso, almeno per la dottoressa che mi ha presa in carico, per qualche infermiera che era stata informata e anche la psichiatra che mi ha visitata il mattino seguente.

Sì, perché dopo lavanda gastrica e una quantità esagerata di carbone attivo e lassativi – di cui vi risparmio gli esiti – mi hanno tenuta una notte in osservazione. Ricordo di aver chiesto, piangendo, di non mettermi in un reparto maschile ma non ce n’è stato bisogno visto che lo stanzone di osservazione era misto.

In periodo di covid non è il massimo passare la notte in PS. E infatti dalla stanza in cui ho – si fa per dire – dormito, il mattino dopo portano via una paziente per il reparto osservazione sars-cov-2, con il personale giustamente bardato e noi… vabbe’, per fortuna non era nel letto a fianco. 😷

Quando il mattino dopo M. è venuta a prendermi all’ospedale mi ha scaricato addosso tutta la sua rabbia. Ho sentito le ferite del suo odio per quello che ho fatto o, meglio, provato a fare. “Odio” come controparte dell’amore, quando ferito.

Sì, mi rendo conto di averla ferita. Di aver spaventato e ferito sia lei che F., ma anch’io mi sentivo ferita, mortalmente ferita e sofferente.

Ma poi, “cos’ho fatto”? Ho tentato di uccidermi?

Io credo di no. Perdere la vita poteva essere sì un effetto collaterale, ma non l’intento: io volevo smettere di soffrire. Le pastiglie, la morte, potevano essere un mezzo o una conseguenza. Non mi spaventa la morte.

Certo non volevo ferire né M. né F., né tutte le altre persone che, forse, ne avrebbero potuto soffrire. Volevo solo smettere di soffrire, sono egoista?

M. ha sempre sostenuto che il suicidio è un atto di viltà. E il suo comportamento, in questa situazione, è perfettamente coerente con il suo pensiero.

Ma una definizione così tranchant esclude a priori di valutare le motivazioni che possono portare al gesto, così come può essere considerato egoista tanto il farlo quanto l’impedirlo solo per evitare responsabilità o anche solo per comodità.

Non fraintendetemi: sono molto contenta di essere ancora qui, di amare mia moglie e i miei figli per quanto mi sarà concesso. Un po’ meno di soffrire ancora, dei miei dolori, delle difficoltà economiche, delle incertezze.
Ringrazio M., F. e il personale sanitario per avermi salvata.

Ma rivendico il mio diritto, esclusivo, a decidere della mia vita, senza dover essere sottoposta a giudizio e, tanto meno, pregiudizio.

O sbaglio?

Meno… male che ho chiamato!

Il titolo avrebbe dovuto essere “Meno uno”, perché domani avevo appuntamento per la visita al Niguarda per iniziare la TOS.

E invece meno male che non mi sono fidata della “non cancellazione” e ho chiamato il reparto a ripetizione per tutta la mattina, senza risposta.

Alla fine ho chiamato l’URP che ha controllato e mi ha confermato che il centro è chiuso e mi ha dato un contatto e-mail per riprogrammare l’appuntamento.

Nessun nuovo inizio, solo una nuova attesa.

Spero solo che non mi facciano aspettare altri sei o sette mesi – se non di più, visti tutti gli appuntamenti che si saranno accumulati nel frattempo –, perché nel caso avrò bisogno ben prima di un TSO.

O, magari, di un lavoro con uno stipendio che mi permetta il percorso privato, ché non sono eterna, il mio orologio biologico continua a ticchettare e la molla non si può ricaricare. Né mi interesserebbe farlo, ora, così.