C’era una volta: il Pirata Barbanera, l’Imperatore Barbarossa… e Chiara Barbabianca

Secondo giro di laser alla barba.

Dopo il primo trattamento la barba cresce più lentamente. La rado sì e no ogni due giorni.

Solo per il secondo trattamento laser l’ho lasciata crescere un po’ di più – serve il pelo un po’ lungo, un millimetro – e 😱orrore😱 è quasi tutta bianca!
Solo lasciandola crescere me ne sono accorta.

Sì, mi sembrava si vedesse di meno… speravo fosse dovuto sia al laser che al procedere della terapia. Il pelo avrebbe dovuto diventare più fine, più debole, anche più chiaro… ma bianco!?

Sarà colpa dell’età? Sarà la nuova formulazione di Estradiolo, spray, che nominalmente ha un dosaggio maggiore ma di fatto non ha quasi effetto su di me, con conseguente risveglio di erezioni mattutine 😱 e perdita di tonicità al seno? 😱

Temo di aver aspettato troppo a iniziare i trattamenti al viso. Ma, ahimè, le priorità economiche finora erano sempre state altre. 😢

Visita di controllo, è chiaro chi sono?

Sono andata in ospedale per una visita di controllo, anche se sarebbe meglio dire di valutazione, dopo il mio ricovero dello scorso dicembre.

Oggi volevo essere chiara: sono Chiara!

Mi sono truccata, vestita bene – sono stufa di camicia da notte – jeans – divisa – jeans – camicia da notte – anche se solo per andare in ospedale. Anche questo è un po’ rompere la routine in lockdown.

Pensavo di essere sufficientemente chiara riguardo a mostrare la mia identità ma la giornata non parte molto bene.

Mi vede l’infermiera, chiede l’impegnativa, controlla poi “ok, signor deadname, si accomodi, e attenda”.

Non lo fanno per me: è un’abitudine dell’ospedale di Varese e di tutta l’ASST Settelaghi: chiamano per nome, invece che per cognome, credo per farci sentire più a nostro agio, un tocco di familiarità e confidenza per aprire all’empatia… solo che il mio nome che leggono sul modulo non vorrei fosse più usato.

Sentirmi chiamare al maschile, davanti ad altre persone, in particolare quando cerco di sprizzare femminilità, è piuttosto imbarazzante, ma ci sono anche un po’ abituata.

Inizia la visita e la dottoressa si rivolge a me al maschile nonostante io, come al solito, parli al femminile. Solo quando mi spoglio per essere auscultata e nota il reggiseno inizia a parlarmi al femminile.

E sì, che sulla lettera di dimissione dall’ospedale che le ho dato all’inizio della visita, insieme alle altre carte, il lungo elenco delle mie patologie inizia con “disforia di genere, attualmente in trattamento ormonale”.

Che io non mi sia mai sentita malata, riguardo la mia identità di genere, credo sia inutile ripeterlo, altrettanto che la disforia sia stata riclassificata in incongruenza di genere, depatologizzandola definitivamente – anche se ICD-11 entrerà in vigore l’anno prossimo. Ma tant’è.

Finita la visita vengo affidata a tre infermiere – tutte gentilissime! – per fissare gli appuntamenti per gli esami richiesti e la visita di controllo.

Noto che per un esame ho l’esenzione e un’infermiera torna dalla dottoressa per aggiungerla. Ritornata mi accorgo che c’è ancora la spunta su “non esente” senza controfirma e torna nuovamente dalla dottoressa.

Mi scuso per il disturbo e mi rispondono: “non si preoccupi cara… ah, scusi, signore”. “No, no, va benissimo ‘cara’, preferisco!”. Sorridono.

Potevo essere più chiara di così? Sì, lo sarò, quando “Chiara” sarà il nome indicato sulla mia carta d’identità.

Finito il trattamento per eliminare la barba, credo proprio sarà il caso di lavorare sulla mia voce.

Di coming out sarete stufə… ma figuratevi me!

Oggi dovrei, vorrei essere a Milano a manifestare con lə compagnə di Non Una Di Meno – Milano per lo sciopero globale transfemminista.

Del mio ritorno all’attivismo politico – dopo aver detto mille volte “basta con la politica” – credo di non avervene parlato qui, per lo più perché non fa parte del mio percorso di transizione. Però mi sento di dire che sia con NUDM che con Rete Donne Transfemminista di ARCIGAY mi sono sentita rinascere come parte di una comunità, la mia comunità e non la comunità trans* – a cui comunque appartengo – ma la mia comunità in cui sono accolta come donna. Punto.

Non sono potuta andare a Milano perché i miei acciacchi si fanno sentire più del solito, in questi giorni, e allo sciopero ha aderito il comparto trasporti e rischio di non riuscire a rientrare nei miei tempi.

Non manifesto ma posso approfittare per l’ennesimo coming out. Mi mancavano le mie due prime cugine: le figlie delle due sorelle di mia madre.

Con una ero riuscita a parlare settimana scorsa, con la seconda non eravamo ancora riuscite a incrociarci, fra una telefonata e l’altra, nei momenti sbagliati.

Il ritardo mi è costato un outing: forse non sono stata abbastanza esplicita con la prima cugina, che avrei preferito dirlo personalmente anche alla seconda…

Questo non ha impedito di passare 85 (ottantacinque!) minuti al telefono a parlare, raccontare, rispondere, spiegare…

Certo avrei preferito, come al solito, dirglielo di persona, magari in un unico incontro, ma sono anni che non riusciamo a organizzare e con l’udienza in tribunale che si avvicina non potevo più aspettare.

Tutte e due l’hanno presa bene, mi hanno accolta e sono felici che ora anch’io lo sia, comprendendo quanto possa essere stato – e sia – difficile per me.

E ora, finalmente: tre sorelle, tre figlie, tre cugine! Non è perfetto?!

Mancano ancora pochissime persone con cui ci tengo a fare coming out: due coppie e un singolo. Anche loro, purtroppo, non vedo da tempo, nonostante gli sia molto affezionata. (Che sono orsa ve l’ho mai detto?)

Violenza di genere… e di genere sbagliato

La violenza di genere è sempre sbagliata!

Questo è (stato) un anno tremendo, non solo per il covid, ma anche e forse di più per la violenza di genere e i femminicidi. Avete letto i quotidiani o ascoltato i notiziari?

Oggi è il giorno più lungo e difficile per quanto riguarda il mio lavoro.

Oggi lo è stato di più, più del solito, sia perché i dolori si sono fatti sentire molto, sia per un’aggressione verbale che ho subito.

Aggressione che ritengo di poter definire violenza di genere anche se perpetrata da donna a donna.

Il mio lavoro consiste nell’accertare illeciti, da cui scaturiscono verbali e sanzioni. Lo faccio in un piccolo comune. Lo faccio dopo un coming out, fatto mesi fa, con l’ente per cui lavoro. Le voci corrono ma, ovviamente, non vado in giro con un cartello luminescente con scritto “donna trans!”.

Al lavoro e anche in servizio attivo parlo sempre e solo al femminile.

Il mio lavoro è spesso disprezzato. Gli insulti sono frequenti ma, a volte, ci sono anche ringraziamenti per il lavoro svolto e, addirittura, scuse dai contravventori.

C’è un gruppo familiare, titolare di un’attività, che ripetutamente viola le disposizioni che io posso accertare. Dopo un lungo periodo di “tolleranza”, in particolare nei tempi difficili del covid, sono stata insultata – ovviamente in pubblico, ad alta voce – da una componente del nucleo.

Il mio livello di “tolleranza” è calato un po’, che dite: è umano?

Oggi, doppio turno, dopo aver soprasseduto ai due accertamenti del mattino, per vicinanza della fine del turno, non posso non farne uno nel pomeriggio, per continuazione dell’illecito.

Dopo il completamento dell’operazione sopraggiunge la titolare dell’attività inveendo contro di me e appellandomi in modi che, fortunatamente, non comprendo.

A distanza ravvicinata mi accusa di stalking, di accanimento verso la sua famiglia. Le faccio notare che sono loro gli unici ad essere sanzionabili in zona, in quel momento.

Allora passa alle minacce: “andrò a parlarne in Comune… e poi racconterò dei suoi vizietti al parco” – ovviamente urlando, in piazza.

Sono del Leone e gli artigli mi escono, affilati, lunghi: “mi dica, ma di che vizietti sta parlando?!”.

“Eh, lo sa!”.

“No, non lo so proprio… ma penso di quererala per questo!”.

“Sì, querela…”, e si allontana.

Ditemi voi se questa non è intimidazione… e se vi dicessi che il marito è carabiniere e partecipa all’attività familiare in barba alle disposizioni di legge?

Ora, io vivo da donna – trans – anche al lavoro. Ma temo che molti mi vedano come uomo effeminato. Credo anche in questo episodio. Da qui l’equazione: gay → pederasta → pervertito → pedofilo?!

Perché sì, è vero che sono omosessuale – lesbica! – ma se devo essere discriminata almeno sia da donna, lesbica. E comunque ogni associazione fra omosessualità – o non eteronormatività – e perversione mi fa ribollire il sangue!
Per non parlare dell’atteggiamento intimidatorio – che dite, forse un po’ mafioso? – e che un rappresentante delle forze dell’ordine dovrebbe intervenire o quanto meno segnalare ogni violazione di cui viene a conoscenza (24/7, per quel che mi ricordo per i carabinieri)?

Per fortuna stasera, per quanto fossi cotta, c’è stata l’assemblea cittadina di Non Una Di Meno – Milano, dove ho potuto convertire la mia rabbia in partecipazione e, spero, idee.

Mo’, vabbe’ mi è venuta voglia di ascoltare questo brano… sedetevi, mettetevi comodə, molto comodə! Pura poesia: e a me torna la voglia – necessità! – di suonare la batteria.
Ogni riferimento a personaggi romanzeschi è voluto e per niente casuale.

Per l’apparenza ci vuol sofferenza

traOggi primo ciclo di depilazione laser al volto.

Barba di un giorno, baffi di due – ché ultimamente crescono più lentamente – con tanta fatica per guardarmi allo specchio ed effetto grattugia sulla mascherina.

Piacevole? No, per niente!
Insopportabile? No, neanche.

Per lo più sembrano una serie di punture ravvicinate: non ho mai fatto un tatuaggio ma all’inizio ho pensato a un effetto simile.

Il dolore diventa molto più intenso avvicinandosi al bordo della mandibola e al mento. Comunque sempre sopportabile.

Il vero “divertimento” arriva con la zona baffi dove ogni spot è una staffilata penetrante: io poi sono molto sensibile nella zona del naso e mi ha provocato starnuti e lacrime.

Però sono sopravvissuta, gli spot sui baffi sono pochi e la dottoressa mi ha concesso adeguate pause ogni tre o quattro impulsi.

A proposito di naso, la puzza di pollo bruciato si sente, molto, fastidiosa ma anche questa sopportabile: fortunatamente il getto di aria freddissima usata per rinfrescare la pelle la allontana velocemente. Più fastidiosa forse dopo, con la mascherina indossata, che intrappola e vizia l’aria.

Ah, la dottoressa si è sempre rivolta a me al femminile, chiamandomi Chiara, nome che ho solo indicato fra parentesi nella scheda anagrafica, senza neanche chiedere di usarlo. Ma credo che il mio linguaggio, sia verbale che del corpo, indichi chi sono in modo inequivocabile.

Oui, c’est moi!

C’mon baby, light my fire!

Parliamo di sesso! (Nel senso dei genitali)

Vietato ai minori e alle persone troppo sensibili

Ho cinquantasei anni e varie patologie importanti che remano contro. L’età purtroppo va considerata: più cresce e più l’anestesia totale può essere pericolosa, per non parlare di tutti gli altri rischi di effetti collaterali.

Nonostante tutto io la voglio!

La voglio ma non potrò che accettare il responso del team chirurgico che dovrà decidere se poter procedere o meno.

Nel frattempo sto considerando vari piani di RCS:1

  1. vaginoplastica, anche se sono lesbica e non interessata alla penetrazione, la vagina non è fatta solo per i membri maschili 🤭
  2. vulvoplastica, che è per lo più estetica ma anche funzionale, nei rapporti saffici 😇
  3. penectomia, ma ne so solo il significato, avendo scoperto il termine da poco, nell’ottica RCS 🤔
  4. orchiectomia, che è il minimo sindacale per evitare di intossicarsi a vita con gli antiandrogeni.

Non credo sia il caso di entrare nei dettagli: wikipedia e tutto lo scibile di internet (senza farsi influenzare troppo da Dr. Google) sono disponibili per approfondimenti.

Posso eventualmente consigliare, a chi soffre di priapismo, di cercare una sequenza fotografica delle fasi dell’intervento di vaginoplastica: sono convinta possa essere di rapido sollievo, ma non adatto a stomaci delicati.

Però la voglio! (L’ho già detto?!).

Voglio Ho bisogno di essere donna, fino in fondo.

Per chi? Per me!!!

Citando Moana,2 la risposta è sempre “C) ti tocchi!”.

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1. Riattribuzione Chirurgica del Sesso, procedure chirurgiche di adeguamento dei caratteri sessuali.
2. Moana Pozzi, interpretata da Sabina Guzzanti in Avanzi.

Questione di etichetta

Una conoscenza facebook stamattina propone in un gruppo il termine “contransvivenza” per le coppie sposate in cui un* coniuge intraprende la transizione.

È solo un gioco di parole ma mi fa riflettere. 🤔

Non mi vergogno di essere trans, anzi, ne solo felice e pure orgogliosa (T-pride!) ma non ci tengo proprio a mettere ovunque l’etichetta e la utilizzo il meno possibile.

Sono in transizione… non è una fase definitiva: alla fine sarò una donna (XY) e basta. Per questo credo che la parola convivenza sia più che adatta, così com’è.

donna 100%L’unica etichetta che mi piace indossare è quella, qui a fianco, che ho presentato a Capodanno.

Buon anno!

Strano capodanno questo. Senza festeggiamenti, intimo, ristretto, coatto, e sicuramente più volto a festeggiare la fine di un anno per lo più da dimenticare che un nuovo inizio.

Stamattina mi sveglio e mi alzo relativamente presto. Torno a letto, anche se non riesco più a dormire mi riposo e spero in qualche coccola.

Anche M. si alza due volte e per due volte torna a letto. La prima si riaddormenta subito, alla seconda mi rigiro, mi saluta, ci baciamo.

Segue qualche leggera carezza che si lascia fare. Una volta mi bastava sfiorare la sua pelle nuda per sentire scorrere una forte energia, un grande piacere, benessere totale. Ora non ho sentito alcuna reazione, né della sua pelle né alcun fremito verso di me.

Le ho detto “ti amo, tanto!” — “Lo so.” — “E tu mi ami ancora, almeno un pochino?” — “Sì”, risponde, ma ben poco convinta.

Ci abbracciamo. Le tengo la mano e le cingo la vita. La bacio e appoggio la mia fronte sulla sua. Le rubo qualche istante di coccole. Non posso esagerare, sento che è già una concessione.

Non vuole più essere toccata da me. Sono triste ma devo accettarlo, è difficile per quanto la amo, per quanto ne sono ancora attratta: per me non è cambiato niente per lei, invece, è cambiato tutto. Mi bacia ancora, a volte li cerca lei, a volte frettolosamente a volte molto teneramente. Ma oltre non si va. Da tempo mi sembra che il nostro rapporto si stia raffreddando, dopo un lungo periodo di riavvicinamento.

Dopo tanti anni, fra alti e bassi, di complicità, supporto e sopportazione della mia lenta e lunga transizione – di cui lei sa da sempre – pensavo potesse continuare ad amare la persona che sono. Invece ora vede solo la donna che sono e questo la tiene lontana.

Non riesco a capire se sia una questione di non volermi amare o di non potermi amare. Cioè non so se sia più una sua scelta conscia – più o meno personale o indotta – piuttosto che una rifiuto inconscio verso un rapporto saffico.

Di sicuro è attratta dagli uomini – da fisici atletici, muscolosi, che io mai ho avuto – ma certamente non è omofoba. L’amore non è solo fisico e in tutti questi anni il sesso fra noi due, di fatto, è stato anche lesbico. Certo non posso chiederle di cambiare né di forzarsi, però tutto è cambiato quando il nostro segreto è diventato pubblico.

Certo, il percorso clinico mi ha cambiata – positivamente – sia psicologicamente che fisicamente e ormai non c’è più niente di maschile in me, salvo un’ormai inutile – e fastidiosa – appendice… e la ricrescita della barba. 😞

Sono cambiata, certo, ma la mia mente, le mie mani, la mia bocca, sono sempre le stesse. Il mio amore non è cambiato, forse solo cresciuto. Mi ha anche detto, in più di un’occasione, che io sono sempre stata donna. Ed è così: non lo sono diventata, mi sono solo scoperta, riconosciuta, dichiarata.

Per un po’ mi sono anche illusa – in particolare all’inizio – che potessi piacerle anche da donna… evidentemente mi sbagliavo.
Ma non posso che rispettare la sua volontà anche se è dolorosa da accettare.

Il proposito per l’anno nuovo? Vivere da donna al 100%.
donna 100%
… e coltivare, se non il suo amore, almeno il suo affetto e la sua amicizia.

Le misure (non) sono importanti

Sono quasi alla fine del settimo mese di TOS. Gli effetti si iniziano a sentire e vedere. Almeno: io li sento e li vedo, anche se vorrei essere “di più” in certe zone e meno in altre.

Le misure, si dice in ambito sessuale, non sono importanti… ma anche sì!

La transizione non è una questione di sesso ma di genere, e anche se non è necessario sembrare una donna per esserlo, gli schemi della società contemporanea – tristemente patriarcale – sono intrinsecamente legati alle “curve” o alle “non curve” per identificare, dall’aspetto, il genere di una persona.

In ogni caso, la prima necessità che ho sentito, quando mi sono riconosciuta come donna, è stato proprio lo sviluppo del seno. Del mio seno, non per apparire ma per “essere”. Era una parte del mio corpo che mi mancava.

Vederlo crescere con la TOS, sentirlo più pieno, sodo, anche dolorante per la crescita della ghiandola mammaria – vivendo una nuova adolescenza al femminile – mi hanno resa felice, con quel filo di ansia da prestazione e con il metro da sarta spesso in mano per misurare le nuove circonferenze. 🤭

Passati i primi sei mesi il metro lo prendo in mano sempre più raramente, così i progressi sono più evidenti.

Il giroseno è cresciuto di 4 cm, raggiungendo una coppa B. Certo rimane importante il sottoseno – la struttura è quella che ho – e non è facile trovare un reggiseno confortevole che magari mi valorizzi un po’.

Il girovita invece è calato di 6 cm, anche se uscita dall’ospedale sono ringrassata un po’ – e rimane decisamente troppo largo – mentre fianchi, natiche e cosce sono rimasti sostanzialmente uguali in misura ma più arrotondati e definiti.

Io sono donna, mi sento donna, al di là del mio aspetto, ma piacermi di più allo specchio mi aiuta, così come sento la necessità di essere riconosciuta per quello che sono anche dal mondo esterno, anche da chi mi incontra per la prima volta.
Quindi sì, è (anche) una questione di misure.

Mentre stavo facendo il punto sui miei cambiamenti ho trovato un interessante documento: Standards of Care per la Salute di Persone Transessuali, Transgender e di Genere Non-Conforme, pubblicato da WPATH, «una guida clinica per gli specialisti nell’assistenza alle persone, con percorsi efficaci e sicuri per garantire loro il duraturo benessere personale nel genere prescelto e per accrescere lo stato di salute generale, psicologico e di realizzazione personale», dove vengono considerate anche le possibili controindicazioni mediche delle terapie, sia MtF che FtM.

Vi rimando alla lettura del documento, per approfondimenti, ma riporto qui una breve tabella sui cambiamenti attesi:

tab. b – effetti e cronologia attesa degli ormoni femminilizzanti(a) [p. 38]

Effetto Inizio atteso Effetti(b) Massimo Effetto atteso(b)
ridistribuzione del grasso corporeo 3-6 mesi 2-5 anni
diminuzione della massa muscolare/forza 1-2 anni(c)
assottigliamento della pelle/diminuzione
seborrea
3-6 mesi non noto
diminuzione della libido 1-3 mesi 1-2 anni
diminuzione delle erezioni spontanee 1-3 mesi 3-6 mesi
disfunzioni sessuali maschili variabile variabile
crescita del seno 3-6 mesi 2-3 anni
diminuzione del volume testicolare 3-6 mesi 2-3 anni
diminuzione della produzione di sperma variabile variabile
assottigliamento e crescita rallentata di peli
su viso e corpo
6-12 mesi > 3 anni(d)
calvizie tipica maschile non c’è ricrescita
la perdita di capelli cessa, si arresta in 1-2 anni
1-3 mesi

(a) Adattati con il permesso di Hembree et al. (2009). Copyright 2009, The Endocrine Society
(b) Queste stime rappresentano osservazioni cliniche pubblicate e non
(c) Dipendente in modo significativo dall’entità dell’attività fisica
(d) Per una completa rimozione dei peli corporei e facciali sono necessari trattamenti con elettrolisi, laser o entrambi.

Dimessa, torno a casa!

Anche la compagna di stanza ha parlato con me sempre al femminile e amabilmente – nonostante il mio aspetto orrendo, dopo quasi una settimana di ricovero.

Sto meglio ma non mi sono ancora ripresa, più che altro mi hanno fatta uscire (cit.) “prima che mi prendessi qualcos’altro in reparto” e – aggiungo io – per liberare letti, ché domani in Lombardia si riapre in zona gialla!
L’idea di uscire dalla dependance dell’Inferno, per quanto deluxe, mi è piaciuta subito.

Scopro a casa che anche sul foglio di dimissioni, ovviamente intestato anagraficamente, vengo citata al femminile!

Sarò fortunata – a parte la malattia, ma comunque sono uscita da là – però farsi conoscere, con pazienza – io ho continuato a parlare e rispondere esclusivamente al femminile per tutto il ricovero – senza imporsi e senza astio, sembra essere un buon metodo per farsi riconoscere e accettare.

Almeno con me ha funzionato.