Vaccinazione covid

C’è voluto un po’ di tempo per potermi registrare, come persona fragile, per prenotare la vaccinazione – e ancora sto aspettando la chiamata dall’unico centro ospedaliero dal quale sono seguita, più o meno ufficialmente, al quale ho chiesto di essere inserita negli elenchi come indicato dal medico curante.

Ci sono stati anche vari tentativi di iscrivermi via portale della Regione – sì, quella dell’eccellenza, riguardo la Sanità! – e per farla breve, alla fine, quando ormai stava arrivando la possibilità di iscrivermi per fascia di età hanno aggiunto sul portale la possibilità di auto-dichiararsi come “fragili”… non avrei mai voluta passare davanti a chi ne aveva più urgenza ma, sulla carta, per le mie patologie, sarei dovuta essere calendarizzata subito dopo gli ultra-ottantenni.
Finito il pippone politico passo alla cronaca che più mi riguarda.

Arrivo al centro vaccinale, accompagnata da M., e devo dire che l’organizzazione sono state eccellenti.

Mi accolgono tuttə al femminile, con un po’ di titubanza la tavolo della reception, dopo aver visto il nome sul foglio di prenotazione, che mi chiede il tesserino sanitario – anche – per conferma.

Nel percorso si rivolgono sempre al femminile, finché non entro nella stanzetta per la vaccinazione. La dottoressa al computer, dopo aver visto carte e tesserino, passa al maschile. Io continuo con il femminile.

La dottoressa che mi sta per inoculare il vaccino invece prosegue al femminile e apprezza la mezza-manica corta della mia maglia: “l’ho messa apposta, mi sembrava più semplice per voi”.
E anche la collega si adegua al femminile.

Per la vaccinazione mi sono truccata, leggermente, orecchini carini, il mio solito abbigliamento, borsa… Insomma: sono nata XY, il mio corpo è quel che è ma il suo linguaggio urla “SONO UNA DONNA”, e inizia a funzionare.

Cardiologia

Dopo una veloce corsa per restituire il saturimetro a Varese e salutare l’infermiera, che mi chiede aggiornamenti, via di corsa a Cittiglio: due ospedali in un giorno. Olè!

Ma già ieri la dottoressa chiedendomi di andare in pronto soccorso mi ha – si fa per dire – rassicurata: “tanto lei il COVID l’ha già fatto”. Mai diagnosticato ma è una spiegazione più che logica per il deterioramento dei miei polmoni.

Oggi ho finalmente la visita di controllo cardiologica che avrei dovuto avere lo scorso marzo, intendo quello dello scorso anno!

Vengo ovviamente chiamata come “Signor”, con lo stupore generale quando mi alzo. 😢

Entro, porgo la documentazione al dottore inizio a spogliarmi, parlando – ovviamente – al femminile.

Rimango col reggiseno e mi sdraio sul lettino.

L’infermiera mi chiede anno di nascita e nome. Lo fanno sempre ma questa volta ha un tono decisamente interrogativo: è evidente che il nome sulle carte non è il mio.

Rispondo che “il mio nome è ***** ma che fra poco lo cambierò. Ci vorrà ancora un po’ ma a breve avrò la prima udienza in tribunale”.
“Ah! Capisco! Ha già deciso il nuovo nome?”.
“Sì: Chiara!”
“Bene, cara! Bel nome…”.

Quando mi deve sistemare gli elettrodi per l’elettrocardiogramma mi chiede molto gentilmente se può scostarmi il reggiseno. “Certo, sì!”.

È la prima volta che faccio un ECG con seno e reggiseno: precedentemente il seno era appena accennato e mi sono sempre presentata in canottiera o solo con la maglietta. Non sapevo come potesse funzionare ma immaginavo che il seno andasse scoperto, almeno parzialmente.

Quando mi saluta lo fa calorosamente e mi augura “in bocca al lupo per il percorso!”. La ringrazio di cuore.

Il dottore è stato cortese ma piuttosto freddo. Probabilmente questione di carattere: è la prima volta che lo vedo.

Ma mi domando se sia in questo caso che in pneumologia si tratti di vera accoglienza e solidarietà femminile. Credo proprio di sì!

Tutto sommato, sotto un certo punto di vista, sto rinunciando al mio privilegio di maschio per entrare e vivere nel mondo femminile. Alla faccia di chi ritiene, le donne come me, uno strumento ingannevole del patriarcato.

Grazie per l’affetto dimostrato: ne ho proprio bisogno!

Le infermiere di Pneumologia ❤

Ecco, ogni tanto si incontrano delle persone che ti fanno proprio riconciliare con il mondo e in particolare con il Servizio sanitario nazionale, anche nella mia Regione: la Lombardia, che in questi tempi pandemici non è certo brillata, nelle cronache, per efficienza ed organizzazione.

Ma il servizio, per fortuna, è fatto da persone e molte di queste ci mettono l’anima – qualcuna anche di più, purtroppo – nel mestiere.

Non faccio nomi, in genere, ma in questo caso almeno la struttura la cito, perché mi sono sentita veramente oggetto – o meglio: soggetto – di “cura”. Oggi sono a Varese, all’Ospedale di Circolo, per test e visita di controllo in Pneumologia.

Già il mese scorso mi sono sentita più che accolta, quasi direi coccolata. Ho percepito tutta la loro empatia.

Non solo le infermiere: anche la dottoressa è stata gentilissima. Oggi sono state tutte molto attente per il mio genere e i miei pronomi. Se alla prima visita mi sono dovuta spogliare, scoprendo il reggiseno, per essere riconosciuta come donna, oggi lo sono stata da subito.

Eh, non vorrei metterle in imbarazzo, ma mi sono proprio sentita beata fra le donne! 🤭

Il reparto è diviso in due sezioni e la dottoressa mi affida alle infermiere dell’altro settore, che già conosco da anni, per anticipare, alla prossima settimana, un esame già programmato per luglio. Mi riconoscono, nonostante mi vedano una volta all’anno dal 2018, e anche loro, come sempre, sono gentilissime.

Insomma: dovrei essere felice, molto… eppure sono triste!
😞

Per iniziare, ho vinto un nuovo farmaco. E ne prendo già troppi!

Poi oltre a cuore, pressione, fegato, diabete, artrosi, dolori, OSAS e varie, ora ci si mettono anche i polmoni. Con me la dottoressa non si è ancora sbilanciata ma, con le infermiere, per giustificare l’anticipo dell’esame annuale – una saturimetria notturna – mi ha definita borderline per l’ossigenoterapia.

Sì, qui sono sicura di essere curata al meglio… ma riuscirò a operarmi?

Credo a questo punto sia impossibile pensare di avere una vagina, ma almeno alla vulva ci tengo, la voglio!!! 🙏🙏🙏

Vita da donna (real life ̷t̷e̷s̷t̷)

I rapporti con la nuova non-collega direi che sono ottimi.

Mi sono presentata come “Chiara” e “Chiara” sono. Non può sbagliarsi sul nome, perché quello anagrafico non lo conosce, né sul genere, perché mi ha conosciuta al femminile. Mi piace questa mia nuova fase di vita!

Vorrei solo avere occasione di poterle parlare, noi due sole, per poter capire ed eventualmente risolvere suoi eventuali disagi.

Condividiamo lo spogliatoio e, anche se finora non è mai capitato, potremmo iniziare o finire il turno insieme.

Parlo di suoi probabili disagi ma forse proietto il mio: finché non sarò operata credo mi sentirei in imbarazzo a cambiarmi davanti a un’altra – a parte M., ma è un altro discorso – con quell’orribile bozzo nelle mutande.

Immagino anche lei potrebbe imbarazzarsi. Magari per niente e – mi ripeto – forse il disagio è solo mio… dovuto a quella cosa che si chiama disforia, in questo caso per i genitali.

Mi piacerebbe chiarire, chiarirmi, per poter vivere entrambe più serenamente.

Non so perché ma mi viene in mente questa canzone degli Skiantos – ah, ve l’ho mai detto che, in una vita precedente, suonavo la batteria?

Terzo trattamento laser

Decisamente avrei dovuto iniziare molto prima. Tanti anni prima.

L’eliminazione dei peli del volto è considerato un trattamento “estetico”. I proverbi narrano che “donna barbuta è sempre piaciuta”. Ma è davvero così?

No, non lo è! Se non mi rado a fondo – con una pelle delicatissima e pelo durissimo – e non correggo con fondotinta, quell’orrendo alone scuro sul volto mi identifica istantaneamente e senza dubbio: uomo! Ma io sono una donna.

Specularmente, chi fa il percorso FTM, non vede l’ora di veder spuntare i primi peletti, del primo accenno di barba, per poter essere riconosciuto nell’universo maschile: brutta bestia l’accettazione sociale!

Prima di divagare, dicevo che avrei dovuto iniziare prima, perché, che sia più o meno accentuata dalla variazione di TOS, con l’età il pelo tende a sbiancarsi e, ahimè, perché il laser funzioni a dovere il pelo deve essere nero: quello più brutto e visibile, peraltro.

Chiedo un parere alla dottoressa – il tipo di laser che faccio io, ad alessandrite, non è un intervento estetico ma un trattamento medico e richiede personale medico specializzato per l’effettuazione – che mi prospetta un minimo di altre tre sessioni… con la speranza di poter far fronte alla spesa.

La fatica aumenta. Il risultato si allontana.

Finalmente ci presentiamo

Credo sia opportuno un piccolo prologo, rileggendo gli ultimi articoli.
No, non sono in crisi pre-adolescenziale, non sto aspettando di incontrare una nuova potenziale fidanzatina – ve l’ho mai detto quanto sia innamorata di M.?.

È la prima volta, invece, che, in ambito lavorativo, mi capita di essere introdotta e presentata come donna. Punto. E basta.

Se ieri eravamo entrambe in fuga, stamane siamo all’inizio della giornata.
Si affaccia nell’ufficio dove io e il mio collega abbiamo la scrivania condivisa, sta per uscire ma appena mi alzo si avvicina e finalmente ci presentiamo.

Odio le toccatine di gomito!!! Ma ormai è l’unico gesto formale – sul quale si può lungamente discutere riguardo l’igienicità, visto che ci insegnano a starnutire nel gomito per poi strofinalo su quello di altrə.

Non sono una dal contatto fisico facile, con persone con cui non abbia almeno una certa intimità, ma sto sviluppando una seria crisi d’astinenza da abbracci o, almeno, strette di mano.

Mi accoglie con molta gentilezza. Mi sembra subito simpatica.

Nella giornata, quando ci rincontriamo, mi saluta sempre “Ciao Chiara”. Senza esitazioni e sempre con simpatia.

Ecco, qui mi viene un cruccio: al lavoro tutti mi salutano “Ciao Chiara”, tutti si salutano per nome. Io non lo faccio mai: saluto sempre, “Ciao”, “Buongiorno”, ma non aggiungo mai il nome del* destinatariə.

Ogni tanto mi sento in colpa, ma non sono abituata. Anzi sono proprio abituata a non usare il nome. Un po’ perché con i nomi sono spesso un disastro, impiego troppo tempo a impararli e ogni tanto me li dimentico. Ma soprattutto per una questione d’abitudine.

Che sia orsa lo so, lo sapete – a volte me ne vanto, ma non ne sono così orgogliosa – ma ogni tanto sospetto di poter apparire sgradevole o quanto meno antipatica. Ma per quanto possa sembrare difficile crederlo, la mia indole è molto timida. Chi mi conosce sa che sono fatta così. Spero di non deludere, a prima vista, chi ancora non mi conosce.

Già da prima di incontrare la nuova non-collega mi domandavo: “le avranno già detto di me?”. È stata così gentile, carina, neanche un minimo di perplessità…

Poco dopo scopro che il collega a cui è stata affiancata l’aveva preavvisata.
Me lo dice lui, in privato, scusandosi ma ritenendo che fosse meglio dirglielo.

Lo ringrazio. I coming out sono emotivamente dispendiosi, li evito volentieri. Però un po’ cancella la sensazione di piena accoglienza di cui mi ero un po’ illusa.

Catcalling

Nell’essere riconosciuta come donna ci sono onori – graditi, come per me la gratificazione personale – e ovviamente oneri – sgraditi, che non dovrebbero toccare a nessuna persona.

Non è la prima volta che succede: ho già avuto attenzioni poco piacevoli in stazione, in attesa del treno. Non sono di certo attraente, né mi vesto in modo succinto, né assumo atteggiamenti particolari – che sono le classiche accuse rivolte alle vittime di molestie e violenza – ma l’essere riconosciuta semplicemente come donna fa di me, per certi uomini, un soggetto sottomesso al potere e alle volontà del maschio-padrone.

Al contrario dell’universo femminile – pochi uomini possono capire di cosa parlo. Molti, troppi, lo fanno anche convinti di fare semplici complimenti, di gratificare la donna – o la persona che loro identificano come tale – che li riceve.

Per questo non è raro che, in stazione, le donne sole tendano, istintivamente, a fare gruppo fra perfette sconosciute. L’avete mai notato?

Non mi piace il termine catcalling, tristemente di moda in questi giorni, ma spesso il vocabolario anglosassone ci offre scorciatoie per definire concetti complessi con una semplice parola. Molestie di strada, la traduzione italiana, non rappresenta, nell’immaginario comune, la totalità delle situazioni che catcalling invece identifica, a partire dal fastidio che provoca, come quello dello stridulo verso dei gatti in calore, da cui deriva il termine.

Oggi ero in servizio, in divisa come al solito. Verso la fine del servizio si avvicina una persona, visibilmente alticcia, che cerca di chiacchierare. Quando gli faccio notare che è senza mascherina e che deve allontanarsi si inalbera e inizia a insultarmi: “stronza”, “parassita”, “vai a lavorare” – che poi è quello che stavo facendo. 🤔

L’essere ubriaco non è una giustificazione al suo comportamento.
Esattamente come l’essere ubriaca non può cancellare l’accusa di stupro.

Insiste, come un disco rotto, e quando torna ad avvicinarsi lo minaccio di chiamare i carabinieri. “Chiama chi vuoi, stronza!”… e inizia con gestacci rivolti ai suoi genitali. 🤢

Si allontana, poi ritorna all’attacco e rincomincia…
“Ora ha rotto!”, prendo in mano il telefono e fortunatamente si allontana definitivamente. Mi accorgo solo a questo punto dell’attenzione dei passanti, in particolare una signora che al mio “ha rotto” mi sostiene con “altroché, ha proprio ragione!”.

No, non mi sono sentita in pericolo, ma…
Non ero sola, siamo in primavera, c’è ancora luce… provate a immaginare questa scena d’inverno, nessunə in giro: perché le donne devono subire certi atteggiamenti, certe situazioni?

No: la soluzione non è chiudersi in casa o vestirsi col burqa. La soluzione è nell’educazione al rispetto di tuttə, indipendentemente dal genere, dall’orientamento, dall’etnia, il credo, l’età, dal fisico… Educazione e cultura che devono partire dalle famiglie e proseguire a scuola e in ogni struttura formativa e lavorativa.

Questione di “fede”

Dopo un breve periodo di tregua, questo mese la coperta – o, meglio, lo scontrino – è molto corta: bollette e altre scadenze riducono desideri ed evidenziano priorità che non sono esattamente quelle percepite.

Rimandato l’acquisto di farmaci prescritti, necessari ma non indispensabili e come tali non passati dal SSN, rimandate varie amenità, forse avrei potuto rinunciare anche alla terapia ormonale. Ma anche no!

Una cosa che però non mi sento più di poter rimandare, per quanto futile, riguarda la fede matrimoniale. Sia io che M. non riusciamo più a indossarla da anni: ci siamo allargate entrambe un po’ troppo.

Da tanto tempo vorrei poterla portare nuovamente. Da quando ho iniziato a perdere peso ogni tanto provo a rimetterla, per poi sfilarla poco dopo, appena prima che si gonfi troppo il dito e di non riuscire più a toglierla.
Oggi ne ho parlato a M.

“So che le spese sono sempre troppe ma – le spiego – mi piacerebbe riuscire a rimetterla, mi piacerebbe farle allargare”.
“Anche io vorrei poterla rimettere!”.

M. ti amo! Sarà solo un simbolo ma evidentemente anche a lei interessa: anche lei mi ama!

Ora devo solo risparmiare un po’ di più e trovare una bottega orafa onesta che ce le sistemi. Prese in Irlanda nel nostro primo viaggio di coppia, hanno più di vent’anni e le abbiamo già riciclate per il matrimonio, perché quelle erano le nostre promesse.

Claddagh ringCi terrei proprio a indossarla quando ci sarà il nuovo atto del nostro rapporto di coppia, anche se, ovviamente, preferirei mantenere il matrimonio invece di passare all’unione civile… ma questa è un’altra storia.

Matita agli occhi

Stamattina devo andare al lavoro. Mi guardo allo specchio, guardo l’ora e decido: “Dài, c’è tempo per un filo di matita”.

Passo e ripasso solo la palpebra superiore, rima interna, calcando un po’ verso l’esterno. Matita blu, come i miei occhi.

Mi guardo allo specchio: mi piaccio. Tanto!
Vanità delle vanità.
Ma ogni tanto ci vuole, no?!

Non sarò più donna solo per un filo di trucco ma mi piaccio: questo è l’importante. Non lo faccio per il mondo, lo faccio per me!
E mi piace piacermi. 😉

A proposito, sono ancora una frana con il trucco: si accettano consigli ma non indirizzatemi ai tutorial youtube: io sono una boomer, una top boomer 😜 – avete visto in che data inizia il blog?

Chi posso visitare oggi?

Ma no, non si può far visita in zona rossa! Sono io che devo farmi visitare oggi e mi faccio un altro giro per le strutture ambulatoriali della mia ASST.

L’infermiera che mi accoglie per il triage pre-visita controlla le carte: il nome è quello anagrafico e come al solito chiede conferma di nome e data di nascita.
Misura temperatura, mi invita a compilare il modulo e poi a sedermi in attesa.

È una visita oculistica. Viene a mettermi le gocce, ormai sono esperta. Mi chiede conferma che siano entrate, confermo e mi dice che sono stata brava.
Lì per lì non me ne rendo conto: le gocce oculari bruciano maledettamente – questa “è la conferma che sono entrate”, mi dice.

Poi torna a controllare se hanno fatto effetto: “Sì, è bella dilatata” – manco fossi lì per partorire. 🤭

Dopo aver chiesto conferma all’oculista mi chiama: “Signora, venga”. E, per tutta la durata della visita, si rivolge a me al femminile.
Tre volte in ventiquattro ore! 😍

Ho le pupille talmente dilatate che quando esco, in pieno sole, non riesco a vedere. Sembro per aria… e lo sono! Ma non sono drogata: sono felice… anche se prima di poter guidare ci vorrà un po’. Leggere non se ne parla, ma amo la radio, sarà lei a farmi compagnia.

E indovinate un po’ che brano mi ricorda l’amore per la radio?
Mais oui, ça va sans dire!