Tic-tac

So che dovrei essere già a nanna.

E che domattina stamattina, fra sei ore, mi devo svegliare per lavorare, ma…

Mancano trentun ore al primo Day Hospital al Niguarda, domani!

Chi sono?

Dopo essere riuscita a fare coming out con i figli e qualche amico ho finalmente trovato lavoro: come uomo! Identità che ormai avevo cancellato, credevo definitivamente o quasi.

E non è per niente facile andare al lavoro (che mi serve dannatamente, per quanto part-time), concentrarmi, ripassare il linguaggio, indossare abiti e maschera (Pirandello, scansati!) con la paura di riferirmi al femminile, come faccio nelle altre 148 ore settimanali, sogni compresi.
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Mia risposta a un post su facebook, questo il testo:
«Quando sei a casa del tuo amico trans e vi date a vicenda il maschile, poi entra sua madre e dovete darvi a vicenda il femminile, poi andate in giro e devi dare a te il femminile con i tuoi amici con cui non sei ancora out ma presenti lui al maschile, poi incontri gli amici procioni e il pronome di entrambi diventa phrøčï0, poi torni a casa tua che devi dare il femminile a entrambi e invii un audio ai tuoi amici procioni che manco sai più che lingua parlare».

S.O.S.

Ieri ho chiamato il CPS di Laveno per cercare di spostare l’appuntamento del 15, secondo i turni, e cercare di parlare con la psicologa: sono decisamente in crisi!

Oggi mi ha richiamata. Sentirla, sentire che stava cercando di aiutarmi mi ha già aiutata un po’ anche se, essendo in affiancamento con il collega per imparare – ed essendo vietato fare/ricevere telefonate personali in servizio, per regolamento – non potevo parlare, non potevo spiegarmi.

Mi ha dato disponibilità, ed è già importante, per me. Anche se non ho potuto approfittarne per tempi e turni.

Appuntamento confermato, perché nel frattempo gli orari sono cambiati, e continuano a cambiare. Almeno finché non prenderò la mia turnazione indipendente.

Carta, sasso o forbice?

Ho incominciato il nuovo lavoro da poche ore, circa dieci. E poche ore dopo poco ero già in crisi. Sì, stavo per piangere. Mi sono trattenuta e ho cercato di ingoiare, come ogni tanto so fare, senza darlo a vedere.

All’inizio tutto è andato abbastanza bene. Poi, verso fine turno, prima di salire in ufficio il mio collega:
— Ma i tuoi capelli, sono così…
— Be’, sì, li schiarisco un pochino per nascondere i bianchi, che ormai sono molti.
— Ah, ma… li tieni così… lunghi… perché…
— (scherzando) Eh, ho litigato col parrucchiere… no, non ho litigato “davvero” – mi guardava strano – ma è da tanto che non ci vado… e così mi piacciono, lunghi.
— È che qui, sai, preferiscono i capelli corti… mi han chiesto di vedere se riuscivo a fartelo capire io…

Panico!Forse a questo punto si capisce il titolo: carta, il contratto, sasso o, meglio, il macigno che mi è arrivato al ventre… e anche le forbici, quelle del parrucchiere.
Tutti vincono, tutti perdono!

— Gli ho anche detto – prosegue – che prima avevo una collega, e che a lei non avrebbero chiesto di tagliarsi i capelli… “Ma lui è maschio”, mi hanno risposto! Vedi tu cosa vuoi fare…

E mo’ che faccio?
Perdo i capelli e la dignità?
Mi dichiaro donna e perdo il lavoro?
Non faccio niente e rischio di perdere il lavoro che ora mi dà uno straccio di dignità, vivendo in ansia almeno per tutto il periodo di prova (45 giorni) e fino alla scadenza del contratto (6 mesi)?

Il bello è che i capelli vorrei anche sistemarmeli un po’, non mi dispiacerebbe un taglio anche un po’ più corto, ma lo voglio comunque femminile, cosa ben difficile con il mio faccione e testone… e avrei bisogno di un()artigian@ brav@, economic@ e friendly, il che temo escluda le botteghe low-cost, le uniche che mi potrei permettere, almeno finché non porto a casa uno stipendio.

Fra l’altro credo che per “corti” intendesse con la sfumatura alta – indicando il suo taglio curatissimo ma quasi militare.

Domani – oggi ormai – è il mio giorno di riposo: sì, di già! E ho qualche ora per pensare.

Lavoro!

Oggi rincomincio a lavorare. Finalmente!
Unico problema è che dovrò di nuovo indossare il mio nome maschile, come una divisa, insieme alla divisa.
Spero di resistere e di non tradirmi, anche se vuol dire mentire, di nuovo, proprio quando avevo iniziato a far conoscere chi sono, io, davvero.
Ma un lavoro mi serve, per la dignità, per non sentirmi ai domiciliari, per le spese… e anche per le medicine.

È il primo ottobre e a scuola al lavoro si va!