Società 👉civile👈

Sono in coda al CUP per pagare un ticket. In realtà sono in coda alla macchinetta che dà i numerini che però si attiva solo all’apertura degli sportelli. 🤔 Vabbe’…

Nell’attesa – sono arrivata circa un quarto d’ora prima – chiacchiero amabilmente con un altra signora e gli altri pazienti che si rivolgono a me come “signora”.

Sarà complice la mascherina – oltre all’abbigliamento, certo – ma anche col mio vocione – che cerco sempre di addolcire un po’ – la percezione di me non cambia, e non credo proprio sia per effetto della sentenza! 🤭

Anche allo sportello l’impiegata mi accoglie con “buongiorno signora!” poi, ahimè, legge le carte e si corregge:
— Ah, no, mi scusi signore!
— No, no, no, va benissimo ‘signora’! Sto aspettando che mi aggiornino i documenti.
— Ah, sì… mi scusi comunque.
— Non si preoccupi. Ho appena ricevuto la sentenza ora attendo i nuovi documenti.
— Ah, bene!!! Congratulazioni e auguri!

Mi commuovo ma mantengo un contegno: è uno dei tanti segnali che la Società è molto più avanti e accogliente della Politicapolitica.

Quell’applauso in Senato, a seguito della cancellazione della discussione del Ddl Zan, è una ferita profonda che ancora sanguina. La miglior medicina è incontrare persone così, che non solo mi accettano ma mi fanno anche gli auguri!

Grazie 🙏 di cuore!


* Il 27 ottobre 2021, il Senato della Repubblica Italiana, con votazione a scrutinio segreto, approva il non passaggio all’esame degli articoli del Ddl Zan, disegno di legge 2005, XVIII legislatura, Misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per motivi fondati sul sesso, sul genere, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere e sulla disabilità. All’approvazione dell’affossamento definitivo del Ddl, già depotenziato dalla Camera dei Deputati, in aula segue un vergognoso, lungo applauso esultante dagli scranni dei partiti di centro-destra cfr. https://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/53457.htm

Teleconsulto, 10+

Oggi ho avuto un teleconsulto di controllo. Pre-covid era una visita annuale, dopo un iniziale rinvio di circa sei mesi hanno iniziato a seguirmi con questa formula.

Devo raccogliere referti e risultati della diagnostica e delle analisi richieste e inviarle via e-mail entro una certa data. Dopo la verifica dei documenti inviati mi richiamano per un colloquio telefonico.

Quest’anno ho aggiunto un prologo in cui li informavo della mia incongruenza di genere, con la speranza si potessero riferire a me al femminile.

Il voto nel titolo non è per me, che sono comunque stata promossa anche se con la condizionale, ma per la dottoressa che mi ha chiamata per il teleconsulto: da subito si è rivolta a me come “signora”, sempre al femminile, e assolutamente nessun problema su argomento TOS e antiandrogeni, che sono stati comunque valutati all’interno della visita telefonica.

— Vedo però che è attenta e si prende cura di sé. Certo il peso, però…
— Eh lo so, lo so! Dovrei dimagrire un bel po’, però sono stata anche brava: ho comunque mantenuto il peso che avevo, nonostante abbia iniziato la TOS e diminuito l’attività fisica per i dolori e il fiato.
— Uhm, sì. Va bene…

Seguono una lunga serie di raccomandazioni e prescrizioni che devo passare a ritirare in ospedale – Ma come? Mi visitate per telefono per non farmi venire lì e poi devo passare a ritirare referto e ricette? Vabbe’.

In ogni caso torno a dare una valutazione molto positiva – dopo l’ultima esperienza, così così, in pronto soccorso – delle strutture sanitarie pubbliche della mia zona, per il rispetto del mio genere, incongruente con quello assegnato alla nascita e scritto sul tesserino sanitario e sulle carte.

Fra pochi giorni ho la nuova udienza in tribunale… chissà se per la prossima visita avrò i miei documenti?

Senza respiro, senza (la mia) identità

Stanotte sono stata malissimo: ho avuto una crisi respiratoria che è durata per circa quindici minuti, un’eternità quando ti sembra di inspirare il vuoto.

Forse avrei dovuto chiamare un’ambulanza ma non ero pronta a un ricovero notturno e poi, c’è sempre qualcunə che può avere più bisogno di me.

Non mi spaventa la morte anche se così, ammetto, sarebbe orribile.

Al mattino però chiedo a M. di non andare al lavoro. Siamo entrambe vaccinate ma certe crisi, di questi tempi, fanno pensare al Covid, no?! La crisi è passata ma respiro ancora male, vale la pena di rischiare che lei vada in ufficio?

Poi sono debolissima, non ho chiuso occhio dalla crisi, circa dalle 3 del mattino. E credo di aver bisogno di lei per andare, eventualmente, in PS – prometto: prima o poi mi farò meno remore sul chiamare i soccorsi!

Al mattino chiamo la guardia medica – continuità assistenziale, ora, ma con guardia medica ci capiamo prima, vero? – che ovviamente è chiusa – eggià, io non volevo disturbarli di notte, e solo di notte e nei fine settimana lavorano! – quindi provo col mio dottore anche se non è orario. Mi rassicura sul covid e mi invia al PS.

Non devo essere messa benissimo perché dopo un primo controllo di pressione, temperatura e saturazione l’infermiera mi fionda in monitoraggio ECG. Faccio appena in tempo a darle il mio foglietto con terapia, anamnesi e allergie: ebbene sì, sono una paziente esperta!

In cima all’anamnesi ho messo “disforia dell’identità di genere”.

Per me non è certo una malattia, non mi sono MAI sentita malata e preferisco di gran lunga incongruenza di genere! Ma ho preso spunto da uno degli ultimi referti in cui la dottoressa l’ha messa in cima al lungo elenco. La mia speranza è ottenere la concessione di una sorta di alias o, almeno, una neutralità di genere.

Negli ultimi mesi ho avuto sempre riscontri positivi, rispetto la mia identità, dal personale medico e paramedico della mia ASST. Questa volta no. Quasi per niente.

L’infermiera al triage ha capito subito ed è stata gentilissima, l’infermiere al tracciato ECG non ha avuto reazioni al mio reggiseno se non per chiedermi si sollevarlo per mettere gli elettrodi.

Da lì in poi, però, chi ha letto la mia cartella si è rivolto a me al maschile. Chi mi vedeva senza averla letta, in particolare lə pazientə, mi ha invece sempre considerata al femminile.

Solo l’infermiera che mi ha accompagnata in sala visita – sì, ho avuto l’onore della scorta dal triage alla sala visita, senza passare dall’attesa interna: vantaggi da VIP con il bollino giallo – quando alla richiesta del nome le ho specificato che preferirei essere chiamata “Chiara” si è dimostrata più sensibile, scusandosi di dover usare il mio nome anagrafico sui documenti. Poi mi sembra sia rimasta abbastanza sul neutro.

Ma ad ogni passaggio, infermiera – dottore – radiologia e ritorno ti chiedono cognome, nome, e data di nascita. Per l’età vabbe’, sono vecchia, ci ho fatto l’abitudine… ma sul nome, ogni volta è dura da mandare giù e pronunciarlo.

Esistono, finalmente, le carriere alias nelle università. In attesa di avere un iter più veloce per la riassegnazione anagrafica, non potremmo introdurre gli alias anche per la tessera sanitaria – come ha recentemente fatto la Spagna –, per gli abbonamenti ferro-tranviari e per altri servizi – per non parlare del green-pass – per i quali chi controlla non ha normalmente necessità di conoscere l’identità reale dellə titolarə?

Se poi un medico non è in grado di riconoscere il sesso biologico di unə pazientə, al di là dei documenti – se e quando dovesse essere veramente necessario – forse la medicina non è esattamente il suo mestiere.

Il dottore a cui mi hanno assegnata in PS direi proprio che non ha fatto alcuno sforzo, continuando a rivolgersi a me al maschile, per quanto io abbia sempre e solo risposto e parlato al femminile, pur mantenendo cortesia e gentilezza.

Insomma se devo valutare la mia struttura sanitaria, oggi potrei dare fra otto e nove, per competenza e assistenza, ma solo un sei meno meno scarso per il riconoscimento delle identità di genere.

Intervista

Oggi mi hanno intervistata. No, non un colloquio di lavoro – che servirebbe anche, eh! – ma una vera intervista giornalistica.

Un chiacchierata a domande e risposte che si sono inseguite per oltre un’ora…
Credo di non aver mai parlato così tanto, tanto meno di me.

Ovviamente vi farò sapere quando esce… nel frattempo mi sento quasi famosa! 🤭

Salute trans* e di genere

Oggi hanno pubblicato, sull’edizione on-line di «Lotta Continua», un mio articolo. Non fa di me una giornalista, neanche pubblicista… ma ne sono comunque un po’ orgogliosa, posso?

Parlo di salute trans*, partendo dalla mia esperienza ma esplorandone molte altre e cercando di fare un punto sulla situazione legale delle transizioni.

Parlo anche di salute di genere, tema che avrei voluto approfondire, ma per tempi stretti (e per mia scarse capacità) ho dovuto chiudere l’articolo senza potermi informare maggiormente.

Visto che fa comunque parte del mio percorso, lo riporto qui – spero vi possa interessare:

La salute è uguale per tuttə?
Viaggio nella salute trans e di genere

18 giugno 2018: l’OMS pubblica la nuova versione dell’International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problems (ICD-11), o Catalogo Internazionale delle Malattie e dei Problemi di Salute, in cui la Disforia di genere viene riclassificata come Incongruenza di genere e spostata dal capitolo delle malattie mentali in quello della salute sessuale. Secondo l’OMS è necessario mantenere la classificazione nell’ICD-11 per riconoscere le significative cure necessarie alle persone trans*, che non si limitano al solo percorso di adeguamento ma durano per tutta la vita.

ICD-11 è stato approvato il 27 maggio 2019 ma entrerà in vigore solo nel gennaio 2022. Per quanto il nuovo catalogo abbia concluso il percorso del movimento STP (International Campaign Stop Trans Pathologization), in Italia, pur riconoscendo la conquista della de-psichiatrizzazione, viene criticata, a partire da Arcigay Rete Trans, la residua patologizzazione della condizione trans*.

D’altronde, pur essendo in vigore da anni il DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) che ha declassificato il “Disturbo” di identità di genere in “Disforia”, sembra che molti centri psichiatrici utilizzino ancora il DSM-IV ed è quindi più che lecito un sospetto sui tempi di recepimento e applicazione dell’ICD-11.

Io non mi sono mai sentita malata ma ho avuto bisogno di una diagnosi psichiatrica di Disforia di genere con nulla-osta per l’accesso alla Terapia ormonale sostitutiva (TOS)… che sarà a vita!

Questa terapia è sempre stata considerata in “fascia C”, a totale carico del* cittadinə (e troppo spesso, in particolare prima della Legge 164 del 1982, accessibile solo per canali clandestini, con un fai-da-te che ha falciato numerose vittime) fino alle determine AIFA del 23/9/2020 pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale s.g. n. 242 del 30/9/2020, che hanno stabilito la gratuità delle TOS.

Peccato che le determine prevedono che la terapia debba essere recepita dalle singole Regioni ed erogata da centri multidisciplinari riconosciuti, a seguito di una diagnosi di disforia di genere… riportando, ancora una volta, alla condizione patologica le persone trans*, con tempi di attesa spesso insostenibili.

Peccato che, anche con la scusante covid-19, per molte Regioni questa non sia certo una priorità. Al momento solo Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Campania e Sardegna hanno recepito e attuato la determina AIFA, mentre l’Emilia-Romagna aveva già una legge regionale, che ne stabiliva la gratuità dal 2019, entrata in vigore quasi contemporaneamente all’AIFA.

Io, che vivo in Lombardia, potrei mettermi l’anima in pace, non fosse che, essendo seguita dal servizio di adeguamento identità di genere dell’ospedale di Niguarda, per iniziativa propria del centro, posso ritirare i farmaci gratuitamente tramite la loro farmacia ospedaliera: l’ho fatto dopo l’ultima visita di controllo, ma il viaggio mi costerebbe più della terapia…

E quanto dura il percorso di affermazione dell’identità di genere? La risposta, corale, decisamente è “troppo!”. In Italia vengono seguiti due protocolli: ONIG (Osservatorio Nazionale sull’Identità di Genere) e WPATH (World Professional Association for Transgender Health). Entrambi prevedono la certificazione psichiatrica della Disforia di Genere.

Il WPATH ha un percorso più breve, con un’attenzione rivolta anche alle persone non-binarie – concetto difficile da spiegare ma pensate alle sfumature fra l’identità maschile e femminile come le mille possibili tra il bianco e il nero – mentre ONIG prevede un lungo percorso, con almeno un anno di terapia psicologica o psichiatrica, mesi di “test di vita reale”, ovvero vivere in panni femminili con documenti maschili o viceversa, con tutto l’imbarazzo che ne consegue quando ci si deve presentare legalmente.

Mentre WPATH in Italia è seguito solo dai centri di Genova e Messina, ONIG è più diffuso ma ormai ritenuto, soprattutto dallə utenti, obsoleto tanto che anche il MIT (Movimento Identità Trans), socio fondante dello stesso, nel 1998, ha deciso di abbandonarlo, alla ricerca di nuovi percorsi.

La L. 164/82, ben più obsoleta di ONIG e WPATH, in realtà non determina i tempi di terapia e “real life test” ma prevedeva la sterilizzazione forzata delle persone e la riattribuzione chirurgica del sesso prima di autorizzare l’adeguamento anagrafico, richiesta fortunatamente demolita in particolare da sentenze della Corte Costituzionale che ne hanno riconosciuta una palese violazione dei diritti umani.

Per tutto questo, e tanto altro, serve un superamento della L. 164/82 – ai tempi rivoluzionaria, ottenuta grazie all’impegno del MIT, del Partito Radicale e di tantə attivistə, ma nata come sanatoria di una situazione esistente e non più criminalizzabile (prima della legge 164/82, le persone trans* erano accusate del reato di camuffamento e mascheramento) – che preveda una piena autodeterminazione delle persone, rigettando completamente la condizione patologica e in particolare la psichiatrizzazione, mantenendo, ma solo su richiesta, un supporto psicologico di accompagnamento al percorso che deve essere sostenibile se non completamente gratuita e da professionistə specializzatə.

Ci sono proposte del MIT ed elaborazioni in corso da parte di Arcigay Rete Trans che prendono come riferimento le leggi di Malta, Islanda e Portogallo o quella Argentina, uscendo dal contesto europeo.

In ogni caso dovrà essere garantita la piena sostenibilità (o gratuità) delle terapie che sono necessariamente “a vita” – che come tali dovrebbero assimilate, per il trattamento economico, alle malattie croniche – e degli interventi chirurgici da parte di personale adeguatamente formato nel servizio sanitario nazionale, come valida alternativa all’utilizzo di strutture private, troppo spesso troppo distanti per poter garantire assistenza in caso di necessità.

Attualmente, per la chirurgia di adeguamento MtF, il SSN prevede un unico intervento di mastoplastica additivo ma le protesi dovrebbero essere sostituite ogni dieci anni circa… e no, non stiamo parlando di mera estetica.

Per quanto riguarda la chirurgia genitale, se orchiectomia e isterectomia sono interventi normalmente praticati, per vaginoplastica, vulvoplastica, falloplastica e metoidioplastica i centri specializzati sono pochissimi in Italia e ancor meno quelli in cui si possono effettuare in regime SSN, con tempi di attesa biblici – ora peggiorati anche dalla crisi pandemica – e, a volte, con risultati insoddisfacenti per inesperienza.

Immaginatevi una persona che attende da una vita il “permesso” dello Stato per adeguare il proprio corpo alla sua identità di genere e quando finalmente riceve la sentenza che lə autorizza deve attendere altri due o tre anni per potersi affermare pienamente. Certo il discorso cambia per chi si può permettere l’accesso a strutture private, prevalentemente all’estero… ma parliamo di alcune decine di migliaia di euro.

Per chi eventualmente se lo stesse chiedendo, la transizione NON è una scelta, è una necessità!

Le terapie ormonali che vengono attualmente utilizzate per l’adeguamento di genere, sia mascolinizzante che femminilizzante, sono state progettate per ben altri scopi e i bugiardini – pardon: foglietti illustrativi – non citano assolutamente le indicazioni, posologie, effetti previsti e avversi, per le necessità trans*.

Farmaci e terapie, ma anche la diagnostica, a parte ovviamente quelli prodotti esclusivamente per la salute femminile, vengono progettati e testati principalmente, se non esclusivamente sulla fisiologia maschile, ignorando le differenze con quella femminile.

Per esempio negli uomini i classici sintomi di un infarto sono dolore al torace e al braccio sinistro mentre i sintomi di un infarto nelle donne – spossatezza, affanno, disturbi del sonno, intorpidimento degli arti – sono meno conosciuti, anche perché gli attacchi di cuore sono ancora considerati una patologia tipicamente maschile mentre le donne, dopo la menopausa, sono molto esposte al rischio cardiaco.

Siamo ancora molto lontanə da una Medicina di genere, prevista anche dalla L. 3/2018, ma rimasta per lo più sulla carta, nonostante i decreti attuativi del giugno 2019, come recentemente denunciato in un webinar organizzato dallo SPI CGIL.

Altre problematiche si incontrano ad ogni visita medica. Devo dire che nella mia ASST l’accoglienza, una volta percepito che il mio genere non è quello anagrafico, salvo rare eccezioni, il personale si dimostra accogliente e sono convinta ci sia stata una sensibilizzazione su questi aspetti.

Rimane comunque il problema della chiamata, giunto il proprio turno: che sia per nome – come fanno spesso nella mia ASST per mostrare più empatia con l’assistitə – o per Signor/Signora Cognome, l’imbarazzo è forte quando mi alzo, in abiti femminili con un appello maschile e, ovviamente, non solo per me.

Il problema si acuisce in caso di ricovero: nonostante la mia difficoltà a respirare, in un recente episodio, la prima preoccupazione in ambulanza era “non mi metteranno nel reparto maschile, vero?!”. Può sembrare stupido ma, per chi vive la mia situazione, non lo è.

In caso di ricoveri programmati, anche se alcune strutture si dimostrano accoglienti, comprendono e cercano di risolvere il “problema”, non ci sono linee guida prestabilite e la gestione è demandata all’iniziativa e al buon cuore delle singole persone responsabili.

Su questo tema, forse, il covid-19 ha semplificato il problema essendo stati ridotti i posti letto per stanza, almeno nelle strutture più moderne, anche se la riduzione di posti letto non è certo la soluzione per una Sanità più efficiente, anzi!

Infine, ma non meno importante, quando i documenti vengono aggiornati e con esso codice fiscale e sesso anagrafico, le persone trans* perdono alcuni diritti alla prevenzione: ci sono donne con la prostata e uomini con l’utero ma questo non è previsto per questa importante pratica, perché le chiamate per gli screening avvengono in base al sesso riportato sulla tessera sanitaria.

Il problema, forse, è proprio nell’identificare le persone in base al sesso – e sarebbe più corretto parlare di “sesso assegnato alla nascita” – che, nel caso di persone trans* o intersessuali può decisamente essere un’informazione fuorviante.

Esiste il sacrosanto diritto all’oblio delle persone che hanno ottenuto la rettifica anagrafica: non sarebbe più semplice lasciar fuori il genere dalle politiche di prevenzione sanitaria, proponendo a tuttə l’accesso alla prevenzione?

chi.ca

Cardiologia

Dopo una veloce corsa per restituire il saturimetro a Varese e salutare l’infermiera, che mi chiede aggiornamenti, via di corsa a Cittiglio: due ospedali in un giorno. Olè!

Ma già ieri la dottoressa chiedendomi di andare in pronto soccorso mi ha – si fa per dire – rassicurata: “tanto lei il COVID l’ha già fatto”. Mai diagnosticato ma è una spiegazione più che logica per il deterioramento dei miei polmoni.

Oggi ho finalmente la visita di controllo cardiologica che avrei dovuto avere lo scorso marzo, intendo quello dello scorso anno!

Vengo ovviamente chiamata come “Signor”, con lo stupore generale quando mi alzo. 😢

Entro, porgo la documentazione al dottore inizio a spogliarmi, parlando – ovviamente – al femminile.

Rimango col reggiseno e mi sdraio sul lettino.

L’infermiera mi chiede anno di nascita e nome. Lo fanno sempre ma questa volta ha un tono decisamente interrogativo: è evidente che il nome sulle carte non è il mio.

Rispondo che “il mio nome è ***** ma che fra poco lo cambierò. Ci vorrà ancora un po’ ma a breve avrò la prima udienza in tribunale”.
“Ah! Capisco! Ha già deciso il nuovo nome?”.
“Sì: Chiara!”
“Bene, cara! Bel nome…”.

Quando mi deve sistemare gli elettrodi per l’elettrocardiogramma mi chiede molto gentilmente se può scostarmi il reggiseno. “Certo, sì!”.

È la prima volta che faccio un ECG con seno e reggiseno: precedentemente il seno era appena accennato e mi sono sempre presentata in canottiera o solo con la maglietta. Non sapevo come potesse funzionare ma immaginavo che il seno andasse scoperto, almeno parzialmente.

Quando mi saluta lo fa calorosamente e mi augura “in bocca al lupo per il percorso!”. La ringrazio di cuore.

Il dottore è stato cortese ma piuttosto freddo. Probabilmente questione di carattere: è la prima volta che lo vedo.

Ma mi domando se sia in questo caso che in pneumologia si tratti di vera accoglienza e solidarietà femminile. Credo proprio di sì!

Tutto sommato, sotto un certo punto di vista, sto rinunciando al mio privilegio di maschio per entrare e vivere nel mondo femminile. Alla faccia di chi ritiene, le donne come me, uno strumento ingannevole del patriarcato.

Grazie per l’affetto dimostrato: ne ho proprio bisogno!

Le infermiere di Pneumologia ❤

Ecco, ogni tanto si incontrano delle persone che ti fanno proprio riconciliare con il mondo e in particolare con il Servizio sanitario nazionale, anche nella mia Regione: la Lombardia, che in questi tempi pandemici non è certo brillata, nelle cronache, per efficienza ed organizzazione.

Ma il servizio, per fortuna, è fatto da persone e molte di queste ci mettono l’anima – qualcuna anche di più, purtroppo – nel mestiere.

Non faccio nomi, in genere, ma in questo caso almeno la struttura la cito, perché mi sono sentita veramente oggetto – o meglio: soggetto – di “cura”. Oggi sono a Varese, all’Ospedale di Circolo, per test e visita di controllo in Pneumologia.

Già il mese scorso mi sono sentita più che accolta, quasi direi coccolata. Ho percepito tutta la loro empatia.

Non solo le infermiere: anche la dottoressa è stata gentilissima. Oggi sono state tutte molto attente per il mio genere e i miei pronomi. Se alla prima visita mi sono dovuta spogliare, scoprendo il reggiseno, per essere riconosciuta come donna, oggi lo sono stata da subito.

Eh, non vorrei metterle in imbarazzo, ma mi sono proprio sentita beata fra le donne! 🤭

Il reparto è diviso in due sezioni e la dottoressa mi affida alle infermiere dell’altro settore, che già conosco da anni, per anticipare, alla prossima settimana, un esame già programmato per luglio. Mi riconoscono, nonostante mi vedano una volta all’anno dal 2018, e anche loro, come sempre, sono gentilissime.

Insomma: dovrei essere felice, molto… eppure sono triste!
😞

Per iniziare, ho vinto un nuovo farmaco. E ne prendo già troppi!

Poi oltre a cuore, pressione, fegato, diabete, artrosi, dolori, OSAS e varie, ora ci si mettono anche i polmoni. Con me la dottoressa non si è ancora sbilanciata ma, con le infermiere, per giustificare l’anticipo dell’esame annuale – una saturimetria notturna – mi ha definita borderline per l’ossigenoterapia.

Sì, qui sono sicura di essere curata al meglio… ma riuscirò a operarmi?

Credo a questo punto sia impossibile pensare di avere una vagina, ma almeno alla vulva ci tengo, la voglio!!! 🙏🙏🙏

Chi posso visitare oggi?

Ma no, non si può far visita in zona rossa! Sono io che devo farmi visitare oggi e mi faccio un altro giro per le strutture ambulatoriali della mia ASST.

L’infermiera che mi accoglie per il triage pre-visita controlla le carte: il nome è quello anagrafico e come al solito chiede conferma di nome e data di nascita.
Misura temperatura, mi invita a compilare il modulo e poi a sedermi in attesa.

È una visita oculistica. Viene a mettermi le gocce, ormai sono esperta. Mi chiede conferma che siano entrate, confermo e mi dice che sono stata brava.
Lì per lì non me ne rendo conto: le gocce oculari bruciano maledettamente – questa “è la conferma che sono entrate”, mi dice.

Poi torna a controllare se hanno fatto effetto: “Sì, è bella dilatata” – manco fossi lì per partorire. 🤭

Dopo aver chiesto conferma all’oculista mi chiama: “Signora, venga”. E, per tutta la durata della visita, si rivolge a me al femminile.
Tre volte in ventiquattro ore! 😍

Ho le pupille talmente dilatate che quando esco, in pieno sole, non riesco a vedere. Sembro per aria… e lo sono! Ma non sono drogata: sono felice… anche se prima di poter guidare ci vorrà un po’. Leggere non se ne parla, ma amo la radio, sarà lei a farmi compagnia.

E indovinate un po’ che brano mi ricorda l’amore per la radio?
Mais oui, ça va sans dire!